I LUOGHI DELL’ANIMA DI WALTER VELTRONI: “GLI ITALIANI? FRANCESI DI CATTIVO UMORE”

Comico, drammatico e risvolto sociale: i tre ingredienti che fecero grande la commedia all’italiana oggi sono patrimonio dei cugini d’Oltralpe. Vedi   Il nome del figlio, Quasi amici, Giù al nord

DI WALTER VELTRONI

Cena tra amici«Lo chiameremo Adolphe », è l’annuncio che uno dei protagonisti di Le Prénom (in Italia Cena tra amici) dà ai suoi quasi amici riuniti a cena, in un borghese appartamento di Parigi. Ciascuno ha i suoi tic, le sue manie, le sue ossessioni ideologico culturali. Un figlio che deve nascere al quale viene imposto un nome che richiama quello di Hitler è buona ragione per azzuffarsi, litigare, sfoderare risentimenti e giudizi mai rivelati. In realtà è uno scherzo ma, pericoloso come spesso sono gli scherzi, introduce un terremoto in un appartamento. Francesca Archibugi ne ha girato la versione italiana, Il nome del figlio, ispirato alla piéce teatrale scritta dagli stessi registi. Non è successo così in altri casi. E qui è il punto. Davvero noi italiani abbiamo definito come nostro destino quello di replicare contenuti e idee che, nel campo della commedia, ci vengono dai cugini d’Oltralpe?

Quasi AmiciRicordo sempre che Beniamino Placido, uno dei veri geni che nella vita ho incontrato, raccontò, in un convegno sui rapporti culturali tra Italia e Francia, che Jean Cocteau sosteneva che «i francesi erano degli italiani di cattivo umore ». A conferma molti di loro non risero. Ma se ora fosse vero il contrario? Fosse vero che siamo diventati noi quelli di cattivo umore? Sempre arrabbiati con qualcuno, sempre impegnati a urlare e inveire, sempre preoccupati di perdere quello che abbiamo piuttosto che conquistare quello che potremmo? Non sto parlando dei comportamenti politici ma dello stato d’animo di una comunità. I francesi hanno sempre avuto, nel loro cinema, una vena comica. Basti Pensare alla tenerezza piena di humour di Jacques Tati e alla frenesia isterica di Louis De Funès. Ma ora hanno costruito una sapienza industriale nella invenzione della commedia brillante che ha sperimentato molti titoli di successo: da La cena dei cretini a Quasi amici, da Giù al Nord a La famiglia Belier.

Il sorpassoTutte storie che uniscono tre dimensioni: il comico, il drammatico, il risvolto sociale. Ricorda nulla? Non sono stati forse gli ingredienti della stagione d’oro di un genere che ha fatto la fortuna del cinema di casa nostra per un trentennio? Si chiamava “Commedia all’italiana” ed era scritta da intellettuali raffinati e impegnati e girata da autori che avrebbero poi firmato film da Oscar. Si rideva, si piangeva, si pensava. Come in Il sorpasso, per dirne uno. Ora facciamo commedie leggere che più leggere non si può o remake di film di successo francesi. Ma sembriamo aver perduto quella ricetta segreta che ci fece grandi in un genere che univa contenuto e pubblico. Come se questa vocazione “colta e popolare” del nostro cinema si fosse sciolta in due direzioni opposte, come se divertimento e profondità fossero nemici. È che facciamo sempre più fatica a sorridere e a prenderci in giro. Far ridere non è una diminutio dell’ impegno civile. Siamo noi di “cattivo umore”, ora. Ne abbiamo molte ragioni. Ma ne avevano di più quei magnifici intellettuali che, con l’Italia a pezzi, trovavano il modo per corrispondere al vecchio imperativo dei teatrini del varietà :«Facce ride! ».

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