ITALIANI A CANNES: VINCENZO CARICARI E LA CALABRIA DI “ROSA”

Una vita ai margini, la povertà che soffoca, la fede come ancora di salvezza. E un’inaspettata questione morale.Â È la storia di Rosa, il cortometraggio che dalla Calabria vola dritto allo Short Film Corner

Vincenzo CaricariEntrare nelle vite degli altri, immedesimarsi con gli ultimi, osservare la lotta quotidiana di chi non ha paracadute. Cinema vuol dire verità per Vincenzo Caricari che torna a raccontare la sua Calabria di miseria, isolamento e coraggio nel cortometraggio Rosa, presentato allo Short Film Corner di Cannes dal 16 al 22 maggio. Amata e odiata come ogni paese natìo, la Calabria è per il regista sidernese la lente di ingrandimento sul mondo. Dal primo documentario Ragazzi di Locri (2006) all’ultimo corto Pietre (2010), la terra d’origine ha ispirato quasi tutti i progetti di Caricari che, a 34 anni, ha già collaborato con Francesco Munzi per Anime Nere e con Wim Wenders per Il Volo. E ora la Calabria lo porta a Cannes.

Si chiama Rosa la protagonista della storia che ci conduce in una Calabria marginale dai toni foschi della rassegnazione e la voce del realismo. In un piccolo paese di provincia, Rosa lavora come segretaria da un dottore che la sfrutta e vive con la madre che ha bisogno di un importante intervento chirurgico, ma i problemi economici non lo permettono. La sua unica ancora di salvezza è la fede: fa parte del coro della chiesa e ogni sera prima di andare a letto recita il rosario. Un giorno, dopo la messa, nota un portafogli dimenticato su una panca. Di fronte alla necessità, Rosa si ritrova a compiere un atto che tradisce i suoi valori e le provocherà grandi sensi di colpa.

Rosa 4“Mi piace scandagliare la quotidianità degli ultimi, capire come riesca a sopravvivere chi è solo al mondo, senza possibilità né contatti”, spiega Vincenzo Caricari. Rosa è l’ultima dei miserabili, per cui il regista racconta di essersi ispirato a un altro suo corto, Il ladro (2010), “uno spacciatore che aveva una sorella che cantava nel coro della chiesa. Così ho deciso di approfondire la storia della ragazza. Poi il mio fascino per tutto ciò che è chiesastico mi ha dato lo spunto per l’ambientazione”.

La fede è l’unica linfa di una vita rassegnata, una certezza come le campane della chiesa in un paesino del Sud Italia. “Trovo incredibile come la gente si affidi alla religione, mi piacerebbe osservarla dall’interno”. Nel frattempo si limita a osservarla attraverso lo sguardo di Rosa, lacerata dallo scontro etico tra un sistema di valori cristiani e la necessità che la porta alla vergogna e al peccato. “Cerco di ritrarre una persona nel momento di difficoltà e come questa riesca ad affrontare gli ostacoli”: la risposta è il rosario al posto dei soldi nel portafogli che la ragazza restituisce alla proprietaria. Spesso le esigenze della realtà prevalgono sulla tensione verso l’ideale. Allora quando anche la fede cade nel vuoto di una vita che trascorre per inerzia, i giorni sembrano essere scanditi solo dal sottofondo della televisione accesa durante le magre e monotone cene, dai silenzi di Rosa davanti alla madre per evitare la verità, gli assensi davanti al dottore, le rinunce ai rari svaghi con le amiche.

Nessuna musica allieta la visione dello spettatore, “perchè nella vita se vediamo una ragazza con dei problemi non c’è la musica di sottofondo”. Caricari riduce all’osso i dialoghi, elimina le finzioni e gli effetti di un cinema che deve aderire il più possibile alla realtà: “La sfida per me è proprio questa, comunicare senza mediazioni”. Dal documentario è partito, infatti, Caricari che considera la macchina da presa un mezzo di comunicazione per dare espressione alle problematiche sociali, per rispondere a un’urgenza, per portare l’attenzione su una realtà marginale e poco raccontata.

Rosa 38Un concetto di realismo che trova un modello in Francesco Munzi, il regista di Anime nere con cui Caricari ha collaborato come aiuto alla regia. “Munzi era il mio cinema che veniva nella mia regione e, pur essendo romano è riuscito a raccontare dall’interno una realtà che ha dovuto prima studiare a lungo sul posto”. Un lavoro di immedesimazione che invece non ha fatto Wim Wenders, che ha girato a Riace Il Volo proprio mentre Caricari girava Il paese dei bronzi sullo stesso argomento dei profughi. Spontanea è stata la collaborazione con il maestro tedesco.

La Calabria, dunque, è per il regista punto di partenza e approdo finale nonostante le difficoltà di fare cinema in una regione dove la “Film Commission è inesistente”, e i film devono essere autoprodotti, quindi a low budget e a volte con amici al posto di attori. “Manuela Cricelli nel ruolo di Rosa è l’unica attrice professionista”. Da Siderno, perciò, Caricari ha provato a trasferirsi a Roma dove ha studiato cinema a La Sapienza, ma alla sua terra è ritornato. “Non riuscivo a non accettare il fatto che non potessi vivere a casa mia. Vivere di cinema è difficile – spiega Caricari che lavora in una casa di produzione a locri insieme ad altri cineasti- L’Italia è divisa tra aspiranti avvocati e aspiranti registi. Ma io ho fatto un patto con me stesso, raccontare sempre ciò che mi circonda”.

Francesca Ferri

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