L’AMORE AL TEMPO DELLA RIVOLUZIONE SIRIANA

«Odio la rivoluzione», ammette il piccolo Bob. Era nata dalla speranza ma si è conclusa nel sangue. La Primavera araba rimane una promessa tradita, lo sa anche Bob che ha solo quattordici anni. I giovani siriani raccontano del loro Paese, di Bashar al-Assad, della violenza, dell’esilio. «È la Siria vista da un piccolo buco di serratura, ma nel ritratto domestico e coinvolgente di una famiglia possiamo entrare nel dramma di un popolo e capire molte cose che ci accadono», spiega Sean McAllister, il regista di A Syrian Love Story. Girato nel corso di cinque anni, il documentario racconta attraverso lo sguardo lucido del regista inglese la vita di persone comuni che lottano per sopravvivere e per dare un senso al mondo in cui vivono. Il regista di Il rivoluzionario riluttante e La liberazione di Bagdad non ha mai avuto vita facile, anche questa volta le riprese sono state rallentate da un fermo della autorità siriane. Vincitore al SalinaDocFest, allo Sheffield doc/fest, finalista agli Oscar europei Efa per il documentario, A Syrian Love Story è atteso in Italia per l’autunno.

Sean McAllister racconta una storia d’amore senza lieto fine. Amer e Raghda si incontrano in una prigione siriana, dove sono stati incarcerati per aver partecipato alle proteste contro il governo di Assad. La prima volta che Amer vede Raghda lei ha il viso macchiato di sangue, dopo essere stata picchiata nella cella affianco alla sua. Attraverso un buco segreto nel muro, i due iniziano così una comunicazione che va avanti per mesi. Amer e Raghda si innamorano e una volta liberati, si sposano e coronano il sogno della famiglia. Ma con l’arrivo della Primavera araba, Raghda, diventata un simbolo della rivoluzione, viene di nuovo arrestata, poi esiliata in Francia. McAllister ripercorre un’odissea lunga quattro anni, tra gli sconvolgimenti della guerra civile e quelli della vita familiare che va in pezzi, mentre si dipana il dramma di una donna costretta a scegliere tra l’amore per il marito e i figli e i suoi ideali di libertà.

Il regista comincia a girare nel 2009 quando la speranza della rivoluzione nel mondo arabo e la detronizzazione del tiranno infiamma le piazze. Poi il campo profughi di Damasco, il tristemente noto Yarmouk Camp, dove le violenze del regime di Assad si fanno ogni giorno più forti, diventa il simbolo di un sogno infranto. Restare nel proprio Paese è un’agonia, ma anche andar via non sempre porta a una vita migliore. Durante l’esilio in Francia, Raghda tenta il suicidio. Il pensiero della Siria che soffre e soccombe tra il regime e gli estremisti del califfato continua a devastare la loro vita anche se sono al sicuro nella loro casa in Europa. La libertà che hanno ottenuto in Occidente non è quella che speravano. «Quando le persone guarderanno A Syrian Love Story non potranno più guardare la crisi di Calais nei telegiornali e vederci solo “sciami” o “inondazioni” di figure senza volto (come li chiama Cameron) che cercano di fuggire dalla Siria e entrare in Europa come se ci stessero rubando qualcosa…», spiega il regista. «Le persone conosceranno Amer, Raghda, Kaka e il piccolo Bob e vedranno una famiglia piena d’amore, che ride e piange e vive, che ha amici che sono morti…e attraverso il film si aprono al mondo e vedono tutto ciò che le news non hanno tempo di far vedere, tutto ciò che il documentario ha e deve avere per sfidare gli stereotipi e mostrare la vita così com’è».

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