“LES BEAUX JOURS D’ARANJUEZ”: IL TRIONFO DELL’INTELLIGENZA DI WIM WENDERS

Un inizio superlativo, con una Parigi filmata in pieno sole, incredibilmente deserta e in 3D, mentre da un juke boxe Wurlitzer Nick Cave canta Just a Perfect Day; un finale magnifico con la macchina da presa (sempre con Cave in sottofondo) che risale lungo una parete sino a un acquarello, per avvicinarsi a una macchia verde chiara (un albero) che diventa una scacchiera di pixel sino a sprofondare in un quadratino.

In mezzo un’ora e mezzo di dialogo – da una pièce di Peter Handke, autore spesso denso, tortuoso, difficile – tra un maschio e una femmina, tema la sensualità e la carnalità dell’amore («cosa c’è di più caloroso della forma femminile?»), la sostanziale radicalità dell’opposizione tra i sessi, soprattutto la sua impossibilità a trovare un nuovo equilibrio nell’era contemporanea. Alle loro spalle, uno facente funzioni dell’autore batte su una vecchia macchina da scrivere, suggerisce le battute, guarda, si crogiola nella sua inconsolabile malinconia. L’intelligenza di Wim Wenders, alle prese con un testo ostico di difficile spettacolarizzazione (insieme regista e autore vantano tante collaborazioni, tra cui La paura del portiere prima del calcio di rigore e Il cielo sopra Berlino), è quella di alleggerirlo il più possibile con il rock e i colori caldi del bosco “addomesticato” appena fuori Parigi.

Nessun Articolo da visualizzare