L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI JOAQUIN

vizio di formaSguardo basso, sorriso sornione, braccia conserte, Joaquin Phoenix è di buonumore, ma non vuole darlo a vedere. Risponde alle domande senza mai alzare gli occhi dal tavolo, parla lento, senza dilungarsi, ma volentieri. «Il grande Lebowski? È un film che amo, ma che no, non c’entra con Vizio di forma, e non l’ho nemmeno rivisto recentemente ». Tre anni fa sembrava destinato all’oblio, sceso in una spirale di follia e progetti assurdi che lo tennero lontano dal cinema quasi quattro anni, dal magnifico e mai troppo citato Two Lovers, 2008, fino al ritorno con The Master, 2012, proprio grazie al socio Paul Thomas Anderson, diventato ormai un fratello maggiore, non a caso classe 1970. Esattamente come River. «Paul? Con lui parlo molto, ci confrontiamo, ci capiamo. Mi piace lavorare con lui, c’è una bella atmosfera sul set ».

Joaquin PhoenixSiamo seduti all’Hotel De Russie, a Roma, alla fine di via del Babuino, a nemmeno cinquecento metri dall’obelisco di piazza del Popolo sotto cui si risvegliava il fratello in una scena di Belli e dannati di Gus Van Sant. Sono passati ventidue anni dalla maledetta sera al Viper Room, dove Joaquin vide River morire e la maledizione sembra, finalmente, svanita. Oggi Phoenix è uno dei cinque attori più grandi di Hollywood, una magnifica e complessa creatura da cinema capace di tenere sulle spalle interi film come Lei e come Vizio di forma, due nomination incredibilmente mancate, dimenticato da un Academy che gli irregolari non li ama troppo. «Non mi interessano i premi, non faccio questo lavoro per quello », alza le spalle. Quarant’anni, una vita come un arabesco, in bilico tra fratelli, sorelle, il Porto Rico e la California, osservandolo da vicino è davvero difficile capire il limite tra l’uomo e l’attore, le difese sono sempre molto alte, anche nelle battute: «Finito un film dimentico tutto. Metto nelle scatole tutti i libri o le foto che mi sono servite per creare il personaggio e svuoto la mente. Come quando fai un esame e una volta superato non ricordi più nulla. Il film con Woody Allen? Non posso parlarne, ma in quella scatola ci sono molti libri di filosofia ».

vizio di formaSe ancora qualcuno dubita della grandezza di Phoenix, basta che entri al cinema e si lasci portare via da Vizio di forma – possibilmente in lingua originale – che potrebbe essere ribattezzato il Joaquin Phoenix Show: nei panni del detective hippie balordo Larry Doc Sportello l’attore riesce a far ridere, piangere, pensare, a volte nello stesso preciso istante, incredibile concentrato di dolcezza, cialtronaggine e malinconia: «Il libro di Pynchon è stata la guida, poi i discorsi con Paul. Da attore faccio da filtro tra tutto quello che devo fare e il mio approccio al personaggio. Ovvio, sarebbe stato diverso se l’avesse interpretato qualcun altro ». Come, per esempio, Robert Downey Jr, che si era candidato al ruolo, ma respinto dallo stesso regista, convinto che fosse troppo vecchio. Aveva ragione: basette lunghe, cappello di paglia, qualche canzone di Neil Young nella testa («Sì mi piace molto Young, per il look mi sono ispirato anche a lui ») il suo Sportello è un antieroe romantico, un idealista stonato a metà via tra il Lebowski dei Coen e un Bogart hippie, e poco importa che Vizio di forma abbia incassato pochissimo finora – nemmeno 10 milioni di euro – perché è evidente che queste due ore e mezzo di cinema siano destinate a durare negli anni, cult da passare a amici e fedeli, da vedere e rivedere, con battute da mandare a memoria.

vizio di formaL’intervista finisce, Phoenix si alza, saluta gentile, si sistema la giacca, ma prima trova il tempo per fare una cosa in puro stile Joaquin: un ragazzo gli mostra l’iPad, gli chiede di fare una foto con lui, ci vorrà un istante. Momento di imbarazzo, qualche secondo di silenzio, poi la risposta: «No, scusami, ma davvero non mi sento a mio agio a fare questa cose ». Poi se ne va, la porta si richiude dietro le spalle e si inghiotte il piccolo grande Joaquin, il fratello minore che un giorno dovette crescere da solo.

Andrea Morandi

 

 

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