“PELÉ”: VITTORIE E SCONFITTE DI UN RAGAZZO DI STRADA

L’osservazione più bella è quella di un narratore splendido del gioco del calcio come Bruno Pizzul: «La grandezza di Pelé era quella di essere un ragazzo di strada. Lo vedevi anche quando giocava, un campione che si portava dietro la sua storia e donava al calcio quella poesia che oggi manca. Forse nel calcio di oggi mancano proprio questo: i ragazzi di strada». E sono proprio gli anni dell’infanzia trascorsa a Bauru, tra stracci arrotolati perché assomiglino a un pallone e palleggi con i pompelmi, quelli al centro di Pelé di Jeff e Michael Zimbalist, nelle sale italiane da giovedì 26 maggio. Non un vero e proprio biopic, quindi, ma una lente di ingrandimento sul ragazzo Edson Arantes de Nascimento prima di diventare il calciatore più famoso del mondo, eccezionalmente impersonato dai giovani Leonardo Lima Carvalho e Kevin de Paula. Sullo sfondo, la povertà delle favelas brasiliane, il culto del calcio di un intero Paese e quei sogni che possono regalare soltanto lo sport e, magari, dei vestiti gettati a terra a debita distanza per immaginare una porta, una partita, un gol. Ed ecco che tutto diventa realtà, non senza dover attraversare momenti di difficoltà: è lo stesso Pelé che ricorda il padre scoppiare a piangere davanti a quella drammatica finale del 1950 giocata a Rio De Janeiro dal Brasile favoritissimo contro l’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino, ribattezzata Maracanazo. Uno shock collettivo, un vero e proprio psicodramma che ha assunto addirittura valenze politiche.

Dovranno passare otto anni prima che il Brasile vinca finalmente la Coppa Rimet battendo in finale i padroni di casa della Svezia per 5-2: una liberazione, la pazza gioia di un popolo per cui il calcio significa unione e convergenza di classi sociali distinte, lontane e altrimenti incomunicabili. In quella storica e vittoriosa finale c’erano il diciassettenne Pelé, all’epoca promessa semisconosciuta, e campioni come Garrincha e Zito allenati da quel Vicente Feola che fu un padre, un maestro, un punto di riferimento anche filosofico (nel film ottimamente interpretato da Vincent D’Onofrio). «Cerco di ricordare soltanto i momenti belli della mia carriera, e della mia vita. Quelli brutti vorrei dimenticarli». Eppure, anche in una sala stampa milanese occupata soltanto da giornalisti veneranti, si intravede in Pelé una specie di malinconia per un calcio che non esiste più e un’insuperabile tristezza per le disfatte della nazionale brasiliana nei Mondiali ospitati in casa. «I tempi sono cambiati, ma prendere sette gol dalla Germania è stato comunque scioccante». Il riferimento, ovviamente, è alla semifinale di due anni fa, tra le più atroci sconfitte di un Paese dove il calcio è spesso sinonimo di via di fuga, di riscatto sociale.

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