”PROFONDO ROSSO” E IL ROCK: INTERVISTA AL COMPOSITORE CLAUDIO SIMONETTI

Aveva solo 22 anni quando scrisse una delle colonne sonore più celebri della storia del cinema, quella di Profondo rosso di Dario Argento: Claudio Simonetti, il leader dei Goblin, ci racconta com’è nata la soundtrack cult, il suo rapporto con l’horror, i due film con Romero. E perché il rock in Italia è morto

cover-colonna-sonora

Celeberrima e paranoica, costipata e martellante, inquietante e sì, anche avanguardista. Ora come quarant’anni fa. Parliamo della soundtrack cult di Profondo Rosso, entrata nell’immaginario (e nel sonoro) collettivo, capace di tradurre in note, spartiti e musica tutta la paura viscerale che solo la mente di Dario Argento poteva concepire. Il famigerato tema che insieme al film, quest’anno, spegne 40 candeline, è stato composto da un allora sconosciuto e giovanissimo ragazzo con la missione del rock. Un rock nuovo, progressista e, diremo oggi, underground. Ma pure unico, irripetibile e, come ci ha raccontato durante la nostra intervista, ormai un miraggio nel panorama musicale italiano. Lui è Claudio Simonetti e insieme al suo gruppo, i Goblin, fu scelto da Argento nel 1975 per completare e poi, dopo alcune vicissitudini, comporre interamente una colonna sonora divenuta leggenda. Oggi, Claudio Simonetti con i Goblin sono nel bel mezzo di un tour che ha toccato mezzo mondo, da Londra a Vienna, passando per Dublino fino all’ultima tappata fissata a San Antonio, nel Texas. Ma, intanto, si sono fermati anche a Trieste, in occasione del Trieste Science+Fiction Festival, dove durante la serata di cerimonia dei premi Méliès d’Or hanno sonorizzato dal vivo la proiezione commemorativa di Profondo Rosso. E quarant’anni dopo (oltre 3 milioni di dischi venduti, senza considerare poi tutta l’influenza che hanno avuto sulla musica italiana e internazionale), l’effetto è ancora straordinariamente, paurosamente lo stesso.

Profondo rosso
Profondo rosso

Simonetti, come è nato il famoso tema di Profondo Rosso, che ancora adesso continua a fare paura?

Eravamo all’inizio, io con i Goblin. Avevamo un contratto con la Cinevox Records, e Dario Argento voleva delle musiche più rock per il film. La colonna sonora l’aveva cominciata Giorgio Gaslini però, Argento, non era molto soddisfatto, così parlò con la Cinevox, che gli propose noi, i Goblin. Dario ascoltò i nostri pezzi e ci scelse come arrangiatori. Poi, dopo l’abbandono di Gaslini, Argento ci diede in mano l’intera soundtrack. Così nacque Profondo Rosso

I Goblin, considerando le colonne sonore italiane del tempo, sono stati dei precursori, dunque.

Siamo stati più unici che rari. Non ci sono stati altri casi analoghi al nostro. O almeno casi eclatanti, ecco.

Il rapporto con Dario Argento, dopo Profondo Rosso, come è proseguito?

Dopo Profondo Rosso, ci chiese di fare Suspiria e, sempre Dario, ci chiese di fare le musiche per Zombi, di George Romero, previste solo per la versione europea. Fortunatamente però furono incise pure sul film originale, che uscì negli USA. I Goblin poi si sfaldarono, ma io ho continuato a collaborare con lui, lavorando anche in Opera, Phenomena e nell’ultimo, Dracula 3D. Con lui ho fatto 11 film. Ogni titolo l’abbiamo gestito in maniera diversa, diversificando tutti i lavori. E, dal canto suo, mi ha sempre dato carta bianca.

Il poster del concerto dei Goblin in Texas
Il poster del concerto dei Goblin in Texas

A proposito di Romero, cosa ci racconta dell’esperienza con i suoi film?

Non ci crederai, ma non lo conosco, mai visto! Perché la colonna sonora l’abbiamo registrata qui, poi il film è uscito negli States. Pure se abbiamo fatto due film con lui (Wampyr e, appunto, Zombi ndr.), sinceramente, non so nemmeno cosa pensa delle musiche dei Goblin!

Però vi ha dato un trampolino di lancio verso l’estero.

Certamente, anche se la pellicola che ci ha fatto scoprire all’estero è Suspiria, che è il film più conosciuto di Dario Argento fuori dall’Italia. Un vero e proprio cult. Anche se io ho sempre preferito Profondo Rosso

Argento, Romero… Cosa pensa, quindi, dei film horror di oggi?

Non ne vedo molti, devo essere sincero. Mi capita di vederli sul satellite, però spesso mi annoiano: sono così ovvi, scontati. Non hanno la bellezza di una volta e, a cercarli, non ce n’è uno che mi ha sconvolto come può aver fatto, che so, L’Esorcista. Poi, non mi piace lo splatter e adoro Argento in questo, perché, appunto, non è splatterone. Tranne quando si parla di zombie, ovvio.

Quindi non è così impressionabile.

Con i film horror di oggi no. Però devo dire che Paranormal Activity, caspita, mi ha turbato. Vivo in una casa grande e, dopo aver visto il film, per una settimana, ogni volta che sentivo dei rumori, sobbalzavo!

E invece, come sta il rock, in Italia?

È morto. Non esiste più. O almeno non conosco gruppi rock italiani attuali degni di nota. Senza fare il nostalgico, intendiamoci. Anche perché quelli che sento, spesso sono scopiazzature di quelli americani; noi nei ’70 abbiamo fatto scuola a tutti, con i PFM, i Goblin, i Banco del Mutuo Soccorso. Ma oggi, purtroppo, è un genere che non esiste, in Italia. L’unico, definibile rock, è Vasco Rossi… Poi magari mi sfugge qualcuno, eh.

goblinQuindi, considerando questo, i talents non aiutano poi molto.

I talent hanno preso il posto di vecchi programmi musicali. Oggi ti impongono gli artisti che vogliono loro. Però, a guardare bene, il talent ha i suoi contro, certo, ma pure i suoi pro: se uno è bravo, meno male che esiste un talent che lo metta in mostra.

Dopo quarant’anni, che emozione si prova prima di salire sul palco?

Una grande meraviglia! Penso ai giovanissimi: chi gli ha insegnato a seguire questa musica, dopo quarant’anni? E parlando con loro scopro che gliel’ha tramandata il padre, oppure l’hanno scoperta tramite internet. Il web, a proposito, da una parte ha rovinato parecchie cose, dall’altra ha aperto nuove frontiere. Con internet oggi mi scrivono dal mondo, per andare a suonare negli USA, in Giappone, in Australia. Mi meraviglia che i ragazzi ci conoscano; mi sento quasi incosciente.

Ad un aspirante musicista, magari facendo un parallelo con lei che aveva 22 anni quando scrisse Profondo Rosso, che consiglio si sente di dare?

È dura. Bisogna cercare di essere sé stessi, senza imitare nessuno. Conosco molti musicisti bravissimi che però si avvicinano troppo a quello o a quell’altro artista. Bisogna cercare l’individualità, sempre. Anche se non è facile, al giorno d’oggi è stato già fatto tutto.

Damiano Panattoni

Guarda il trailer originale di Profondo rosso!

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