ROMAFF10: “JUNUN”, IL RITMO DELL’IMPROVVISAZIONE

Presentato nella sezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma, Junun, è l’esperimento filmico di Paul Thomas Anderson. Tra droni e musica tradizionale indiana, il regista lascia la struttura narrativa intesa in senso stretto per abbandonarsi ad un racconto improvvisato come le sessioni di registrazione che documenta

Junun Da Magnolia a Vizio di forma abbiamo assistito ad un’evoluzione della struttura narrativa nei film di Paul Thomas Anderson dove il racconto è sempre meno racchiuso nella rigidità di un copione del quale riportare fedelmente in scena ogni singolo dettaglio o mantenere il filo del discorso. Lo abbiamo visto nel suo ultimo film, Inherent Vice, un viaggio/inchiesta dal retrogusto lisergico con protagonista un’investigatore privato hippie, “aiutato” nella libertà narrativa dall’omonimo romanzo di Thomas Pynchon dal quale prende le mosse. In Junun il bisogno di evadere dalla gabbia della sceneggiatura trova la sua massima espressione. Presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma, il documentario, si potrebbe definire ingenuamente definire un divertissement del regista. In realtà è la perfetta conseguenza di un percorso fatto di ellissi narrative che trova il suo seme in Ubriaco d’amore, la commedia surreale con Adam Sandler e Emily Watson del 2002.

JununJunun nasce nella primavera del 2015, una manciata di mesi fa, quando il regista decide di seguire in India Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead nonché nome dietro le incredibili colonne sonore de Il petroliere, The Master ed il già citato Vizio di forma nelle quali mischia riferimenti a grandi compositori come Bernard Herrmann ed elementi elettronici, sperimentali. Nel forte di Mehrangarh, un’imponente costruzione del ‘500 situata a nord-est del Paese i nostri sono stati ospiti, per tre settimane, del Maharaja de Jaipur, insieme al musicista israeliano Shye Ben Tzur ed un nutrito numero di strumentisti indiani, dove Greenwood ha preso parte alla registrazione di Junun, il disco che Tzur ha dedicato alla musica tradizionale indiana, contaminata dalle influenze del chitarrista inglese, che da nome al lavoro di Anderson.

JununGià presentato al New York Film Festival e visibile, tramite sottoscrizione, sulla piattaforma streaming MUBI, il documentario, filmato tramite una telecamera digitale, è un vero e proprio making of dell’album dove le battute si contano sulle dita di una mano e tutta l’attenzione è dedicata alla musica, “ripresa” dal regista nel suo divenire. Una sorta di prove generali musicali tra le quali Anderson inserisce, come la scena d’apertura, preghiere, esibizioni, riprese tra le strade della cittadina e vedute del forte dall’altro tramite un drone che caratterizza buona parte del taglio registico. Junun è un racconto improvvisato come le sessioni di registrazione che documenta, un nuovo capitolo della filmografia di un regista in continua evoluzione.

Manuela Santacatterina

Nessun Articolo da visualizzare