ROMAFF10: “THE END OF THE TOUR”, CON GLI OCCHI SPALANCATI

È il giorno di David Foster Wallace alla Festa del Cinema di Roma grazie a The End of the Tour, la pellicola diretta da James Ponsoldt e basata sul libro del giornalista David Lipsky che trascorse con lo scrittore cinque giorni nel 1996 durante la fine del tour promozionale del suo romanzo simbolo: Infinite Jest

The End of The Tour«Leggere David Foster Wallace è come spalancare gli occhi ». David Lipsky, il giornalista di Rolling Stone che, nel 1996, trascorse con Wallace cinque giorni alla fine del tour promozionale di quello stesso libro che lo trasformò nella creatura letteraria più ammirata ed osannata d’America, non poteva dare definizione migliore della scrittura dell’autore di Infinite Jest, all’indomani del suo suicidio avvenuto nel 2008, triste effetto dell’aver passato troppo tempo sotto «la campana di vetro » come direbbe Sylvia Plath. Una scrittura elettrizzante, ironica, tragica, acuta, ricca di stratificati e complessi riferimenti culturali ma anche “popolare”, complessa e spassosa, tecnica e fotografica, capace di catturare lo spirito dell’America a lui contemporanea, criticandola ferocemente e, al tempo stesso, mostrarne debolezze e peculiarità. Un’autore trasformato in santino da molti all’indomani della sua morte, divenuto esattamente ciò che più lo terrorizzava, una moda, un brand per i cui libri vale il medesimo auspicio dei «dischi che si rifiutano di farsi ascoltare dalle orecchie sbagliate » come cantava Morgan, qualche anno fa.

Adattamento del libro Come diventare se stessi, scritto dallo stesso Lipsky nel 2010, il film, presentato al Sundance Film Festival, è diretto dal talentuoso James Ponsoldt – già noto per l’indipendente The Spectacular Now che ha contribuito a lanciare le carriere di Miles Teller e Shailene Woodley – scritto dal Premio Pulitzer Donal Mauguiles, e arricchito nell’impianto narrativo dalla biografia dell’autore, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, scritta di D.T. Max. Una sceneggiatura basata sulla trascrizione della lunga intervista che Wallace rilasciò al giornalista statunitense nel corso della parte finale di un tour organizzato dalla Little Brown & Co per promuovere nel Paese quello che diventerà il suo romanzo simbolo: Infinite Jest. Un libro di 1079 pagine, con il quale lo scrittore di Ithaca ha parlato di solitudine, ossessioni, dipendenza, abusi, mostrando, con scene grottesche o sequenze cariche di realismo, il presente ed il futuro della società nella quale era immerso.

The End of The TourUn viaggio on the road per le strade dell’America fatta di centri commerciali, strade tappezzate da catene di fast food, campi ricoperti di neve e diner sempre aperti, nel quale i due David si scrutano, si annusano, terrorizzati, per le ragioni diverse, di riportare entrambi un’idea sbagliata di loro. A dare voce e corpo all’iconico Wallace con la camicia a scacchi e la bandana sempre ben stretta in testa, Jason Segel, l’attore noto ai più per il suo ruolo nella popolare serie How I Met Your Mother, incredibile nell’interpretazione dello scrittore – così lontana dallo scadere in una mera caricatura – naturale e calibrata da sospendere il ricordo del buffo Marshall, emozionare chi “conosceva” l’autore e rapire, con la sua (auto)ironia, chi s’imbatte in lui per la prima volta, tra l’ossessione per la tv e tabacco da masticare. David Lipsky, invece, è il Mark Zuckerberg di The Social Network, Jesse Eisenberg, egualmente lodabile per la sua interpretazione del giornalista di Rolling Stone, affascinato dallo scrittore e lievemente geloso di quella fama letteraria alla quale lui stesso ambiva.

The End of The TourUna pellicola densamente verbosa, con dialoghi fitti dati da battute veloci e riflessioni profonde che dimostrano l’intelligenza e la lungimiranza del pensiero di Wallace (basti pensare al commento sull’evoluzione del progresso tecnologico), mostrando anche le sue debolezze, quelle paure paralizzanti divise tra il terrore del successo e la sua rincorsa, che Ponsoldt calibra senza sbilanciare, senza caricare l’uno o l’altro aspetto. Una regia che gioca con il doppio ed il suo riflesso, dove i due David sono personaggi speculari connessi da sentimenti che li collegano profondamente per quella parentesi di vita condivisa. Sorretto dalla fotografia fatta di luci naturali di Jakob Ihre, alla quale affianca sequenze girate con la macchina a mano, e dalle musiche giocate tra la contestualizzazione temporale (Pulp, R.E.M., Brian Eno) e le composizioni di Danny Elfman, The End of the Tour, è un ritratto onesto, un omaggio ad un’autore dalla voce unica che, tra fiere dell’aragosta, viaggi su tour bus elettorali, trucchi per migliorare il rovescio e schegge di una bellezza commovente, è riuscito nel miracolo che lega i grandi scrittori con i propri lettori. Il miracolo di farli sentire connessi con quelle parole e con chi le ha scritte, tanto da provare una lieve tristezza una volta girata l’ultima pagina del libro perché sai già che ti mancherà.

Manuela Santacatterina

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