ST. VINCENT, BILL MURRAY E UNA LEZIONE ALLA NOSTRA COMMEDIA

Ahi, ahi ahi! Dopo averci fatto sperare con il (mio) nipote scemo, con la mafia che uccide solo d’estate e con Smetto quando voglio, la commedia italiana c’è ricascata, è tornata (temporaneamente, si spera) quella delle corna e dei parenti, adesso un po’ allargati come la famiglia, comprendendo i trans e i gay, più un’escursione tanto per ridere nel porno, un fratello scemo e uno no (Fratelli unici), anzi tutti e tre picchiatelli (… E fuori nevica), la mamma, la suocera, l’amante. E con l’eterno ritorno di Luca (Argentero), Rocco (Papaleo), Marco (Giallini), Ricky (Memphis), Fabio (De Luigi) e soprattutto Raoul (Bova). Dietro in ordine sparso, le signore, spesso senza cognome tranne Cortellesi, Gerini, Capotondi e Francini. Chi più chi meno, chi con piglio alla Wes Anderson, chi con pretese da film d’auteur, ma con il solito filtro della baRzelletta e gli stessi occhi, le stesse facce , le stesse storie, gli stessi cast, belle e bravi, per carita, ma chi li distingue è ancor più bravo. E infatti lo spettatore dà segni d’impazienza.

Scusate il ritardo , e scusate se alla fine, quando vedi St. Vincent con Bill Murray (in uscita il 18 dicembre) storia lineare con una bella invenzione, ma, diciamolo, nè Terrence Malick nè Billy Wilder, beh ridi, piangi, singhiozzi, ti esalti, anche al netto di personali e temporanei piaceri o dispiaceri. Perché anche nella commedia del non illustre Theodore Melfi gli interpreti hanno prima studiato, poi ancora vissuto e infine si sono regalati al personaggio.Non ci arrivano con il righello e il compasso, ma con strati di pene e gioie, sbronze e fastidi, misantropia e saudade. Non hanno fatto (solo) il varietà, han fatto Broadway e la tv demenziale, il matrimonio di Clooney e Jarmusch, Ghostbusters e Tim Burton proprio come BILL MURRAY, a cui basta un ghigno per spiazzarti e condurti con sè in quella casa, in quella Brooklyn, dentro i panni lacero contusi di Vin, uno così triste e burbero, ubriacone e giocatore che ha come sola amica la puttana del mercoledì (avrebbe potuto essere un luogo comune e invece è altro, è Naomi Watts) e controvoglia fa il babysitter a un ragazzino appena giunto in città con la mamma obesa e affaticata dalla vita (che avrebbe potuto esser un luogo comune e invece è la “maravigliosa” Melissa McCarthy).

Ogni dettaglio qui è sudato, credibile, dallo sporco in casa alla barba incolta, dalla camminata ciabattata ai tic della malattia. Una favoletta che finisce con l’aureola (non sveliamo troppo) ma che mentre arriva al lieto fine, raspa metri di fatiche, dolori e humor nei debordanti personaggi. E quando Bill Murray esce in giardino a innaffiare la piantina, con il registratore antico appeso al collo e Bob Dylan in cuffia, quella voce sgraziata che rifà Shelter from the storm è la sua, ma anche la nostra nei giorni di disfatta, ed è per questo che la amiamo. Perché ci riconosciamo.

Piera Detassis

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