TFF: “LA FELICITÀ È UN SISTEMA COMPLESSO”, D’AMORE E D’ANARCHIA

Otto anni dopo Non pensarci il regista Gianni Zanasi torna a raccontare l’Italia, puntando su una squadra di ottimi attori come: Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Paolo Briguglia e Teco Celio 

La felicità è un sistema complessoE allora sì, La felicità è un sistema complesso fa proprio parte di quella categoria di film belli perché imperfetti. Perché ambiziosi, eterogenei, che prendono in contropiede lo spettatore abituato al prevedibile susseguirsi degli eventi, alla monotonia dei temi e degli umori. Otto anni dopo Non pensarci, Gianni Zanasi torna a raccontare l’Italia e la sua industria, il suo capitalismo, il suo inesorabile declino dal punto di vista di chi si trova all’interno di questo meccanismo. L’impressione, però, è che ancora una volta lo scopo finale del regista non sia quello di fotografare lo stato d’animo di un Paese ma quello di individui che stanno consapevolmente per affondare e, ciononostante, ritrovano il piacere di giocare, di perdere tempo con la bellezza delle piccole cose. Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) è convinto di poter fare la guerra alla New Economy e ha il compito di convincere irresponsabili businessmen ad abbandonare le loro aziende prima di distruggerle e di causare la perdita del lavoro dei dipendenti. Lo fa diventando amico di queste persone, conquistando la loro fiducia, spesso “sporcandosi le mani”. Una sorta di eroe moderno, un Che Guevara borghese e psicotico, incapace però di gestire e affrontare il proprio privato. La sua vita inizia a cambiare verso quando il fratello gli fa trovare in casa una ragazza israeliana (Hadas Yaron), che tenta il suicidio ma è in grado di ridimensionare certi atteggiamenti di Enrico, che non è un cinico né un disilluso. Soltanto un uomo che si difende costantemente con l’arma della battuta ironica, della freddura “british”, di fronte al pericolo di doversi confrontare con le proprie emozioni e il proprio vissuto.

La felicità è un sistema complessoMa La felicità è un sistema complesso non è una storia d’amore, così come non è un film sulle inquietudini della mezza età. Non è neppure un racconto di formazione, una riflessione sulla crisi economica o un’amara constatazione dell’assenza di futuro per i giovani. Si tratta di un’opera ben più disomogenea di Non pensarci, più anarchica. Anche dal punto di vista tecnico, Zanasi sceglie la strada meno convenzionale: moltiplica il numero di virtuosismi, sostituisce i pezzi indie-rock con musiche tecno-house che disorientano. La malinconia di fondo è sostituita da un sentimento di costante instabilità. La tragedia sembra sempre dietro l’angolo, eppure è sempre smorzata da passaggi di comicità lunatica ed esplosiva. Non si accumulano generi, quanto piuttosto sfumature, sfruttando la più ampia gamma possibile di emozioni. I personaggi sono tanti (impossibile non citare i “fedelissimi” Giuseppe Battiston, Paolo Briguglia, Teco Celio), così come gli spunti, gli accenni narrativi ed emotivi, non tutti portati a compimento. Ma questo è il cinema italiano che vogliamo. Un cinema che non è ossessionato dal timore di non essere preso sul serio, ma che ha il coraggio di rischiare, di percorrere più strade e binari, e di caratterizzare nella maniera più stratificata possibile i suoi protagonisti. Spiazzando, con la battuta o la trovata buffa che non t’aspetti. Sfiorando con sensibilità i grandi temi, senza la presunzione di dare risposte. E se c’è un vero filo conduttore che lega le molteplici trame di un film sorprendente, vivace, autentico, questo è il rapporto padre-figlio: seguendo le orme dei genitori, si va a fondo. Abbiamo il diritto di poter essere sempre alla ricerca di trovare il nostro posto nel mondo.

Emiliano Dal Toso

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