TFF2015: “HIGH RISE”, IL GRATTACIELO DELLA TRACOTANZA

Presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival, il film, basato sull’omonimo libro distopico-fantascientifico di James G. Ballard e interpretato da Tom Hiddleston, sovrappone, proprio come un grattacielo, troppi elementi narrativi e registici, facendo crollare, inevitabilmente, la torre cinematografica.

high riseC’è una scena in High Rise assai emblematica: Tom Hiddleston che osserva la costruzione di imponenti grattacieli condominiali, al centro di un enorme cantiere, con la macchina da presa che gli gira attorno a 360° gradi. Un Hiddleston, quanto mai interdetto, dall’espressione spaesata e quasi inconsapevole. Una sequenza breve, eppure assai esplicativa. Perché High Rise, partendo dal principio, è la trasposizione cinematografica, diretto da Ben Wheatley e prodotto da Jeremy Thomas (Oscar per L’Ultimo Imperatore di Bertolucci), dell’omonimo romanzo distopico-fantascientifico-metaforico di James G. Ballard e pubblicato nel 1975. Ben Whitley, che ha esordito alla regia nel 2009 con Down Terrance ma divenuto famoso per la black comedy Killer in Viaggio, con High Rise si mette all’opera nel suo lungometraggio più complesso sia narrativamente che tecnicamente, oltre che a livello produttivo. Basti pensare al cast, che vanta nomi enormi: Tom Hiddleston, l’apatico protagonista; Jeremy Irons, ovvero l’architetto, una sorta di re in cima al grattacielo; Sienna Miller, «quella del piano di sotto »Â e amante dell’architetto; James Purefoy, scagnozzo ultra violento e, infine, Luke Evans, arrogante e rozzo regista documentaristico, nonché motore della rivoluzione che scoppia, per l’appunto, nel grattacielo.

High RiseInfatti il film ha per cornice proprio questo grattacielo, il primo di un ambizioso progetto edile avviato a Londra nel 1975 dall’architetto Anthony Royal (Irons). Nel palazzo, munito di piscina, palestra e sale relax delle più disparate, coesistono moltissimi inquilini, suddivisi in classi e ceti sociali, piano su piano. Ovviamente, ai piani alti troviamo businnes man e star del cinema, con l’ossessione per le feste in maschera e il lusso tracotante, mentre ai piani bassi ci sono le semplici famiglie, in appartamenti stretti e colmi di bambini. Il protagonista della storia è il Dr. Robert Laing (Hiddleston), che si trasferisce nel palazzo e incontra la dirimpettaia Charlotte (Miller), mamma di un simpatico ragazzino nonché concubina dell’architetto. Da lì a poco, complici diversi black-out e il malcontento dei piani bassi, scoppierà una truculenta rivolta, facendo così crollare l’effimera piramide sociale.

Quella di High Rise è una storia piena di metafore: le classi sociali sempre meno equilibrate, il capitalismo, il consumismo aberrante. Il High Risedovere di apparire, di mostrare, di dire. Questo grattacielo è un microcosmo che, come i gironi danteschi, contiene i vizi e i peccati di tutti, fino all’inevitabile implosione. Tanti elementi che, riagganciandoci all’interdetto Tom Hiddleston (comunque in parte), pare che anch’essi facciano parte di tale condominio, sbracciando e sgomitando per fare da padroni. Infatti il regista incappa in una produzione grande, ma finisce per sovrapporre gli elementi peculiari di un film che fa dell’allegoria il soggetto forzato, tra l’altro in un riflesso registico che si (auto)ammira. Sorretto, poi, da una violenza immaginifica che snatura proprio quell’allegoria, High Rise è un ibrido incosciente di quello che, scena dopo scena, va a costruire (o disfare). E Tom Hiddleston ne è l’esempio perfetto: amatissimo dal pubblico e applaudito dalla critica, qui tenta con tutte le forze di dare una spiegazione alle parole che pronuncia, ai movimenti di macchina di Wheatley, provando anche ad assistere gli altri interpreti che intanto giostrano in una cornice che ha passato di volta in volta il testimone, dal palazzo alla violenza intrisa nell’uomo, fino alla sopravvivenza in un mondo dove le regole non esistono. Ma che, invece, esistono nel cinema.

Damiano Panattoni

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