“THE HATEFUL EIGHT”: CHI ERA ROY ORBISON, IL CANTAUTORE CULT RECUPERATO DA TARANTINO

I titoli di coda di The Hateful Eight sono accompagnati da un brano mitico che solo il genio citazionista Quentin Tarantino poteva resuscitare: There Won’t Be Many Coming Home. Ecco chi era il suo autore, Roy Orbison

DI MASSIMO LASTRUCCI

KurtRussellSamuelLJacksonHatefulEight
The Hateful Eight

Un film di Quentin Tarantino non è solo un film di Quentin Tarantino. A voler e saper spulciare, ogni sua pellicola è una fucina di citazioni, una base di partenza per ricognizioni cinefile o comunque per divagazioni amene nel B movie e nella cultura pop. The Hateful Eight non fa eccezione. Anzi… Prendiamo ad esempio la canzone, splendida, che accompagna i titoli di coda. Si intitola There Won’t Be Many Coming Home ed è una tipica ballata western a cadenza di marcia. La canta il grande Roy Orbison (quello di Oh Pretty Woman, Only the Lonely, Crying e decine di altri super successi), splendida voce del pop più country e sentimentale, un idolo dei ’60 dalla vita attraversata da tremende sventure (una moglie risposata che morì in un incidente in moto, due figli arsi vivi nell’incendio della casa a Nashville mentre era in tournée a Londra, la morte per infarto nel 1988 a soli 52 anni). Il fatto curioso è che questo brano è tratto dalla colonna sonora di The Fastest Guitar Alive (1967), l’unico film che lo vide interprete e protagonista, ovviamente un western musicarello.

The Fastest Guitar Alive
Roy Orbison in “The Fastest Guitar Alive”

Prodotto dal prolifico Sam Katzman, uno dei più noti ed effervescenti praticoni del b-movie, con centinaia di titoli in curriculum tra cui serial (Superman e Jim della Jungla) e vari musicali con Elvis Presley, non diremo certo che The Fastest Guitar Alive si stagli indelebile nella Storia del Cinema. Peraltro, nella sua pochezza e sbrigatività, rivisto oggi riesce a provocare moti di affettuosa, nostalgica tenerezza e comprensione. Tra interpreti così così (a partire da un Roy Orbison dall’improponibile faccia pacioccona e dalla presenza imbarazzata, da farci capire subito perché sia stata questa la sua unica impresa su schermo), il musical western è imperniato su due spie sudiste che fingendo di essere artisti girovaghi titolari di un medicine show (spettacolo che promozionava la vendita di intrugli e pozioni sedicenti medicamentose) svaligiano una banca di san Francisco dell’oro nordista. Tutto questo alla vigilia della fine delle ostilità, tra fidanzatine danzanti al seguito e pellirosse modernizzzanti nel ruolo di “arrivano i nostri” (il capotribù impazzisce per i pop corn e si dedica alla body painting!). L’idea più bizzarra della storia è però la chitarra imbracciata da Roy Orbison, che con un particolare accordo fa spuntare una canna dalla cassa e la trasforma in un micidiale fucile. Una sciocchezzuola insomma, simpatica e votata all’insuccesso sicuro, che si salva per una riuscita colonna sonora (edita anche in Lp), in cui l’intonatissimo e vagamente malinconico Orbison riesce a dare il meglio di sé. 10 pezzi di pura musica country pop d’epoca, anzi potremmo definirla già vintage allora, con gemme – alcune le recuperate su Youtube – come , oltre al meraviglioso brano menzionato (che non compare nel film ma c’è nel disco e che fu distribuito come singolo arrivando al 18mo posto nella hit parade britannica), meritoriamente rubato da un Quentin Tarantino in versione ricercatore e musicologo.

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