TORINO FILM FESTIVAL: I VINCITORI (E QUELLO CHE RICORDEREMO)

Mange tes morts
Mange tes morts

Con l’aumento degli incassi del 4% e un 7% di biglietti venduti in più (e nonostante la diminuzione effettiva delle sale!), il 32 TFF (21-29 novembre) prende congedo. Alla grande quindi. E i premi assegnati (che riguardano i titoli nel concorso) hanno colto il meglio, senza contestazioni. I membri della giuria (Ferzan Ozpetek, Geoff Andrew, Carolina Crescentini, Debra Granik e György Pálfi ) sono andati sul sicuro scegliendo come miglior film Mange tes morts, di Jean-Charles Hue, uno sguardo nell’abisso, una notte folle di un gruppo di giovani rom (di etnia nord-europea) nel cuore della provincia francese, cinema che vibra a contatto della pelle di persone vere chiamate a recitare. Di certo hanno poi voluto segnalare con il Premio speciale della Giuria a For Some Inexplicable Reason dell’ungherese Gabor Reisz (numero uno anche per gli spettatori) e la menzione speciale per N-Capace di Eleonora Danco, anche i talenti freschi e promettenti di due cineasti che si affacciano ora alla ribalta.

P'tit Quinquin
P’tit Quinquin

Questa, diciamo, è la parte istituzionale (se così si può dire di una manifestazione che fa del suo inter-relazionarsi costante con il suo pubblico una della ragioni di un plauso costante e crescente). Restano in chi scrive ancora altre visioni comunque da evocare sulla pagina scritta. Ad esempio la fluidità narrativa (persin ruffiana) e la straordinaria prova d’attori di La teoria del tutto di James Marsh, ovvero la biografia dell’astrofisico malato di SLA Stephen Hawking, su cui siamo pronti a scommettere che sarà protagonista la notte degli Oscar. O la robusta variazione noir di The Drop, da un romanzo di Dennis “Mystic River” Lehane sceneggiato dallo stesso, con due baristi (Tom Hardy e il povero James Gandolfini!) alle prese con estorsori ceceni, psicopatici torturatori di cani e sensi di colpa.
Da recuperare inoltre – spero che Sky o qualcun altro abbiano la solerzia e l’acume per accapparrarsela – P’tit Quinquin, la miniserie eccentrico-gialla dell’inimitabile Bruno Dumont. 200 minuti bizzarri e avvincenti di grande televisione. Infine una particolare menzione per Qui di Daniele Gaglianone, un reportage dalla Val di Susa, un punto di vista appassionato e partigiano dalla parte dei No-Tav, a raccogliere i racconti e le testimonianze di un’umanità che resiste e che la violenza – a dispetto dell’ufficialità – la sta subendo.

È tutto per quest’anno (di molti anche non citati qui ne riparleremo quando verranno distribuiti), ma mentre sto chiudendo l’articolo mi sorge il sospetto che tantissimo altro di memorabile e importante sia passato e me lo sia fatto sfuggire da sotto gli occhi. Chiedo scusa: è la felice maledizione di ogni festival -TFF in particolare- goduriosamente stracarico di stimoli e proposte artistiche e che funziona.

Massimo Lastrucci

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