VIZIO DI FORMA: LA RECENSIONE

Inherent Vice Usa, 2014 Regia Paul Thomas Anderson Interpreti Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Reese Whiterspoon, Katherine Waterston Sceneggiatura P.T. Anderson Produzione P.T. Anderson, Daniel Lupi, Joanne Sellar Distribuzione Warner Bros Durata 2h e 28′ www.inherentvicemovie.com

In sala dal

26 febbraio

colpo di fulmineCorre l’anno 1970. Investigatore privato e irriducibile hippie, Larry “Doc” Sportello, bazzica i quartieri sulla costa di Los Angeles, adeguatamente stonato dalla droga (e dal sesso). Un dì, la sua ex Shasta lo contatta perché teme che il suo amante attuale, il ricchissimo Mickey Wolfmann, venga in qualche modo interdetto dalla moglie e rinchiuso in una clinica. La donna pare quasi spaventata e “Doc” accetta di occuparsene, infilandosi così in un ginepraio quasi senza via d’uscita, tra poliziotti brutali e reazionari, musicisti che scompaiono, gangster, avvocati, bande nazistoidi, forse i servizi segreti, dottori tossicomani, ninfette e troppi omicidi.

Thomas Pynchon, classe 1937, è (probabilmente) il più importante scrittore americano del secolo. Ha conteso la palma del più appartato persino a Salinger ma è (è stato) più di lui prolifico e continuo. Con una scrittura densissima, affascinante e non facile nella sua struttura arzigogolata da salti temporali e linguistici, ha scavato, elaborato e costruito puzzle sulle strutture paranoiche di una società americana sempre sull’orlo del collasso interno. Vizio di forma (2009, Einaudi) è il suo romanzo più accessibile, grazie al suo abito da giallo hard boiled parodistico, il più traducibile insomma sullo schermo. Paul Thomas Anderson già aveva meditato in passato di lavorare sull’impossibile Vineland (anche questo con protagonista un antieroe hippie), c’è riuscito ora con uno sfuggente, articolato, a tratti magnifico noir illuminato dal sole abbacinante della California. Questa premessa crediamo sia necessaria per evitare, se altrimenti guardato come un mero film di genere, fraintendimenti più che possibili. Perché la trama poliziesca, come un romanzo di Raymond Chandler portato all’eccesso e privato quasi della sua traiettoria di crimine/indagine/soluzione, si intorcina più volte per seguire altre suggestioni. Si trasforma soprattutto in un ritratto particolarmente sentito (dallo scrittore e dal regista) di un periodo praticamente unico della Storia degli Stati Uniti, quando la contestazione diffusa generò anarchia creativa, comportamenti libertari, rovesciamenti e ricollocazioni di valori; tutto questo peraltro solo per poche stagioni, sino a Nixon e a Charles Manson (qui ampiamente evocati). Tante le star coinvolte nel progetto, da Joaquin Phoenix, freakkettone sballato in cerca (non spasmodica) di redenzione, a Josh Brolin, poliziotto violento, destrorso, tra Spillane e Ellroy, che lo manipola (almeno ci prova) per un suo piano di vendetta (c’è chi ha citato, non invano, il duo Kris Kristofferson-Gene Hackman in Per 100 chili di droga). E poi Owen Wilson, Reese Whiterspoon, Benicio Del Toro, persino un ripescato Martin Short, tutti quasi stimolati a storpiare quella che è la loro immagine canonica, quella che regalano solitamente ai personaggi. Ci sono i colori della Costa del Pacifico, umorismo spiazzante a gradazione lenta, un po’ di pulp senza esagerare, tanta droga consumata, l’infame cinismo dei soldi e un senso incombente di innocenza perduta, atmosfere schizoidi e complotti senza possibilità di fuga. Non è il più bello dei film di un formidabile cineasta (Boogie Nights, Magnolia, Il petroliere e parte di The Master sono più riusciti), ma la missione di Anderson era di quelle impossibili e Vizio di forma (titolo poco attinente) come l’andamento leggermente allucinato delle sue scene ti scava dentro, come un enigma che chiede di essere risolto.

Massimo Lastrucci

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