“WAYWARD PINES”, LA PRIMA SERIE FIRMATA DA M. NIGHT SHYAMALAN

dal 14 maggio su Fox

È evidente e più che giustificato il fatto che Fox scommetta alla grande su Wayward Pines che, dopo una grandiosa campagna di lancio (durata un intero anno fra teaser lanciati a cadenza mensile e interviste “mirate” a regista e star), giovedì 14 maggio debutta in contemporanea mondiale in 125 paesi (da noi su Fox alle 21). La serie si basa infatti sull’omonimo best seller di Blake Croach (edito in Italia da Sperling e Kupfer) e segna il debutto nella serialità d’autore di M. Night Shyamalan (ex-genio del thriller fantastico ora in disgrazia) che, in veste di regista del pilot e produttore, guida un cast all star, a partire dal protagonista Matt Dillon, anche lui per la prima volta coinvolto in una serie. Per far ulteriormente crescere la curiosità degli spettatori, Wayward Pines è stato annunciato come “il nuovo Twin Peaks”, ma già la sigla d’apertura – con l’immaginario paesino dell’Idaho trasformato in giocattolo coi personaggi simili pupazzi di plastica – rimanda decisamente a The Truman Show. Con due differenze fondamentali. La prima, ovviamente, è di genere: Truman è una commedia acida e filosofica, mentre Wayward è un thriller kafikiano con sfumature alla Stephen King. Della seconda, e più sostanziale, differenza parleremo in seguito.

Wayward PinesShyamalan apre in medias res sul volto tumefatto e stravolto dell’agente segreto Ethan Burke (Dillon), alternando il suo ingresso nella cittadina-incubo ad una serie di flashback che servono a raccontare come e perché è arrivato fin lì. Burke sembra (ma non ci viene mostrato) appena sopravvissuto ad un incidente stradale, che è costato la vita ad un suo collega, ha perso cellulare e portafogli, ma, nonostante il trauma, ricorda benissimo la sua identità e la sua missione, che è quella di ritrovare due colleghi – uno dei quali, Kate (Carla Gugino), è una sua ex – misteriosamente svaniti nel nulla. Arrivato nella cittadina e persa conoscenza, l’agente si risveglia in ospedale, dove Wayward Pines inizia a svelare la sua anima di luogo solo apparentemente normale e tranquillo: non solo nel reparto sembra essere l’unico paziente ricoverato, ma è sottoposto alle “amorevoli cure” dell’infermiera Pam (Melissa Leo), che somiglia parecchio alla Kathy Bates di Misery non deve morire. Sfuggito alle grinfie di Pam, Burke riprende a camminare per le strade della cittadina accumulando incontri e scoperte sempre più inquietanti: lo sceriffo Pope (Terrence Howard) dice di non avere i suoi effetti personali, grazie alla barista Beverly (Juliette Lewis) trova il cadavere dell’agente scomparso, continua a lasciare messaggi telefonici alla moglie e ai superiori che questi invece non ricevono, nuovamente ricoverato in ospedale rischia di essere operato al cervello dallo psichiatra Jenkins (Toby Jones), incontra per strada Kate sposata con uno del posto e convinta di vivere lì da dodici anni, e infine, quando finalmente ha l’idea di rubare un auto per fuggire, scopre che la cittadina è circondata da un alta muraglia elettrificata e che non può andarsene, più o meno come accadeva al Truman del film di Peter Weir.

E qui torniamo alla seconda e sostanziale differenza fra il regista australiano e Shyamalan. Weir utilizza una serie di elementi che ben conosciamo, dalla cittadina tranquilla che nasconde mostri alla sit-com televisiva, ma riesce a trasformarli con arte sublime in una satira sulla manipolazione e il consenso alla base del sistema capitalistico che si chiude con un inno alla rivolta e alla libertà. Shyamalan procede invece solo per accumulo e sembra avere una gran fretta: ogni sequenza del pilot continua ad aggiungere temi, generi e interrogativi (lo scienziato pazzo, la confusione temporale, il grande complotto, il senso di colpa che si porta dietro Burke), senza creare un’atmosfera personale o una vera emozione e soprattutto senza permettere allo spettatore di metabolizzare le informazioni o cogliere allusioni stimolanti. È solo il pilot, che significa iniziare a distribuire la carte, per cui ci auguriamo di cuore che l’evoluzione (è formata da 10 episodi) sia assai più imprevedibile dell’incipit. Comunque, nulla a che spartire con Twin Peaks, con la geniale spiazzante e sempre ironica follia creativa di Lynch, che resta unico e continua a mancarci.

Stefano Lusardi

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