WEB SERIES: “UNTOUCHED”

DI STEFANO LUSARDI

Marco Paracchini è un magnifico esempio di cineasta indipendente, che ci regala in Web. Un creativo eclettico e inquieto, dalla doppia anima. Se infatti, dal punto di vista esistenziale, abbina un’instancabile curiosità da viaggiatore, da New York all’amato Giappone, alla quotidianità nella sua Novara, un osservatorio da cui guarda e racconta il mondo, anche nelle sue opere alterna un impegno sociale o politico, come in Giulia (2010) a sostegno dell’Enpa o Il protocollo sabbia (2006) sulla strage di Ustica, a corti che somigliano a messaggi in bottiglia, riflessioni intime e poetiche su temi come l’ossessione per l’eterna giovinezza (Fashion Victim, 2012) o il valore prezioso della cultura (lo spot no profit con la cocker milanese Alteria come protagonista, #cultivateculture, 2014, che si può vedere su: www.youtube.com/watch?v=XsU4JxyFY64).

Untouched, in suo corto più recente, racconta una piccola storia perfetta di solitudine e incomunicabilità, ma lo fa con struggente poesia e senza un filo di retorica. Paracchini “pedina” per un’intera giornata una ragazza e un ragazzo (Barbara Manca e Pietro Giunti), dal risveglio al luogo di lavoro, lei fissa davanti al computer e lui fra gli scaffali di una libreria, una frettolosa pausa pranzo, la spesa al supermarket, una cena consumata davanti alla televisione. In Untouched non ci sono parole, solo i rumori della vita e la bella musica firmata da Luca Antonini. La storia, questo sfiorarsi e perdersi senza riconoscersi dei due protagonisti, la raccontano gli oggetti “stranianti” (solo il cellulare è comunicazione e provoca sorrisi di complicità), le raffinate inquadrature con la mdp fluida e avvolgente, che a un certo punto apre la storia con una ripresa aerea, e soprattutto gli spazi, che chiudono, separano, rendono persi ed estranei. Con la sua opera, Paracchini ha voluto rendere omaggio all’amato regista e animatore giapponese Makoto Shinkai, che ha dimostrato il proprio apprezzamento per Untouched con due tweet (uno in giapponese, l’altro in inglese). A noi, restando in tema nipponico, ha fatto pensare al grande autore di graphic novel Jiro Taniguchi, capace di trasformare la normalità del quotidiano in poesia.

Intervista con Marco Paracchini

untouched2Nato a Novara nel settembre 1976, Marco Paracchini ha studiato regia, sceneggiatura e recitazione a Genova e Milano e conseguito un master in filmmaking alla New York Film Academy. Realizzato il suo primo corto amatoriale a 14 anni, Paracchini ha alternato il lavoro di regista free-lance per audiovisivi promozionali (Donna Moderna, Muster & Dickson, BiT) ed eventi (Macef, 25° Architectural Digest, Alessi) alla produzione indipendente di opere social e fiction premiati in diversi festival, come L’ultimo giorno (2002), Il protocollo sabbia (2006), L’audace viaggiatore (2009), Giulia (2010), La donna in nero (2011), Untouched (2014). Docente di cinema, comunicazione e storytelling, ha pubblicato tra gli altri il saggio James Bond-1962-2012 (Phasar, 2012) e il romanzo giallo Le idagini di Kenzo Tanaka (Robin, 2014).

Scorrendo la tua biografia, la prima cosa che colpisce è l’eclettismo: alterni spot pubblicitari, corti social no profit, opere personali e indipendenti. Hai fatto perfino il ghost writer…

Se vuoi fare questo lavoro, ovvero scrivere e fare cinema, oggi e in Italia, l’eclettismo non è un’eccentricità, ma una necessità. I festival sono soltanto una bella vetrina, perfino la distribuzione non rappresenta una garanzia, per cui l’unica cosa che puoi fare è collezionare lavori per finanziare le cose che vuoi veramente realizzare. A volte, questa scelta si dimostra quella vincente. Come hai ricordato, ho fatto anche il ghost writer, ma ora sono riuscito a pubblicare. E con un certo vanto: sono stato l’unico italiano a pubblicare un saggio per i cinquant’anni di 007 ed ora sono pure il primo giallista italiano ad aver scelto come protagonista un investigatore giapponese.

Per quanto riguarda la tua attività di regista: quando hai scoperto la Rete e quanto ha cambiato il tuo lavoro?

Ho sperimentato la forza ma anche la complessità del web come strumento di comunicazione già nel 2008, lavorando come regista ad un progetto audiovisivo della Nestlè, poi l’anno dopo firmando un corto per la Fondazione Humanitas, Fiori di carta.

La Rete consente questo: l’immediatezza del contatto, l’utilizzo di nuove tecniche e ha il vantaggio del low budget. Da lì in avanti ho compreso quanto fosse ormai naturale utilizzare il web per le mie opere più libere e personali. Untouched, tanto per fare l’esempio più recente, l’ho girato in due giorni e in cinque si è conclusa la post produzione e poi è stato immediatamente lanciato sul web: il mio primo prodotto completamente virale e legato alla Rete. Ha maggio di quest’anno ho firmato la regia per un corto di Viviana Barrucchelli, da cinque anni mia assistente regista, a debuttare col suo primo corto, una storia al femminile che lei stessa ha autoprodotto. Il web ha questo di bello: ti permette la libera espressione. Ma è l’unica risposta per costruire qualcosa di più concreto e soddisfacente, almeno per me.

Oggi sei più attratto dall’editoria? Pensi a un futuro essenzialmente da scrittore?

Penso di abbinare le due cose. Io sono essenzialmente un narratore, sulla carta o nel cinema, e mi interessa abbinare questo doppio binario narrativo con la mia passione per il Giappone. Ho vissuto a Tokio, ci sono tornato più volte da turista, conosco la lingua, sono affascinato dalla loro cultura e, non a caso, Untouched è un esplicito omaggio a Makoto Shinkai. Ho inoltre pubblicato anche sotto pseudonimo giapponese, senza contare il romanzo de Le indagini di Kenzo Tanaka. Ora ho ben due progetti “giapponesi”. A metà giugno al Festival di Annecy presento un progetto di una serie animata per bambini con protagonista una mucca ninja, che ho ideato insieme al disegnatore Daniele Rudoni e che sarà rappresentata da una produzione franco-macedone. Inoltre, in attesa di dedicargli un secondo libro, ho in cantiere il corto L’ultima indagine di Kenzo Tanaka, di cui firmerò la regia ma non la storia e che vorrei potesse uscire da altre menti (clicca qui per il bando) e che potrebbe avere per protagonisti due importanti attori giapponesi che vivono in Italia. Per me è come vivere a Novara, ma con l’anima e la creatività a Tokio.

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