Manta Ray: perché è importante il bel film thailandese patrocinato da Amnesty International

Thailandia, Francia, Cina/2018 Regia Phuttiphong Aroonpheng Interpreti Wanlop Rungkamjad, Aphisit Hama, Rasmee Wayrana Distribuzione Mariposa Cinematografica Durata 1h e 45′

Al cinema dal 10 ottobre 2019

LA STORIA – Inoltrandosi nella foresta in cerca di minerali, un pescatore si imbatte in un uomo stremato e ferito. Lo trascina a casa, lo cura e stringe amicizia con lui. L’uomo però non parla, anche se mostra di capire quello che gli si dice. Il pescatore decide di chiamarlo Thongchai (come un famoso cantante) e mentre lo introduce alla vita del luogo, gli racconta il suo passato, di come è stato abbandonato dalla donna per un soldato (“cagne e bastardi vanno d’accordo”). Un giorno il pescatore scompare in mare; rimasto solo l’uomo in qualche modo si sostituisce a lui, finché una sera non ritrova a casa proprio la donna fuggita, scacciata dall’amante e che non chiede di meglio che fermarsi e riprendere la vita precedente. Ma è veramente morto il pescatore?

L’OPINIONE – Il film è un’opera prima e ha conquistato la Mostra di Venezia 2018, vincendo il premio della sezione Orizzonti (e in seguito varie altre onoreficienze in altre manifestazioni). Il regista (e sceneggiatore) si chiama Phuttiphong Aroonpheng e i tre protagonisti sono personalità assai conosciute in patria . Il pescatore dai capelli assurdamente biondi (è ossigenato) è interpretato da Wanlop Rungkamjad, personalità in prima linea nel cinema thai più impegnato; il ferito è Aphisit Hama, nella vita fashion stylist e dj; la moglie (ex) è Rasmee Wayrana, amatissima in patria come cantante.

Come mai tre personalità dello spettacolo e del costume hanno accettato di lavorare in questa pellicola diretta da un debuttante? Perché, come spiega lo stesso cineasta, “il film evoca e racconta i corpi sconosciuti che annegano nel mare della Thailandia e vengono sepolti nelle profondità della terra: sono i corpi dei rifugiati Rohingya, la cui voce rimane inascoltata. Al contrario, questa voce non deve scomparire, né essere dimenticata. Io l’ho registrata, perché voglio che continui a esistere, nel mio film”. In effetti migliaia di rifugiati Rohingya ogni anno sono costretti ad abbandonare la Birmania perché perseguitati, e avventurarsi per mare. Un viaggio pericolosissimo che spesso porta alla morte, infatti non è rarissimo il recupero di cadaveri annegati sulle spiagge thailandesi. Stiamo parlando di un esodo che ha riguardato oltre 700 mila persone. Per questo motivo Amnesty International ha patrocinato il film, distribuito ora da Mariposa Cinematografica.

Ipnotico, arcaico e ipermoderno, di un realismo crudo che vira da subito verso il poetico e il surreale, Manta Ray è impreziosito da un vivido e appassionato occhio poetico, quello dell’autore, che inventa magiche immagini in cui luci, riflessi e baluginii coloratissimi trasfigurano una natura quasi ineffabile, calpestabile ma misteriosa e non conoscibile, dove l’orrore e il dolore convivono con il luccichio della bellezza più inafferrabile, quasi “gratuita”.

Ultima questione, il titolo. Cosa vuol dire? Manta Ray è la più grande delle mante, pesci cartilaginei che raggiungono i 7 metri di larghezza. “Durante il monsone vanno a rifugiarsi vicino al capo e appena si calma se ne vanno”, spiega il pescatore in una scena. Ne vediamo una solo alla fine e ci rendiamo conto che il suo procedere lento, con l’agitarsi ritmico della pinne come fossero ali, possiede la stessa eleganza enigmatica di questo film liquido, strano, oscuro, affascinante.