Messi, di Alex de la Iglesia

Spagna, 2014 Regia Alex de la Iglesia Interpreti Leo Messi, Marc Balaguer, Ramon Besa, Johan Cruyff, Diego Armando Maradona, César Luis Menotti Sceneggiatura Jorge Valdano Produzione MediaPro Durata 1h e 33′

 

Dopo Crimen Perfecto – Finché morte non li separi e Ballata dell’odio e dell’amore, Alex De la Iglesia firma un documentario – presentato all’interno delle Giornate degli Autori – dedicato a uno dei suoi idoli e icona sportiva dei nostri giorni, il campione di calcio, quattro volte Pallone d’oro, Leo Messi. La pellicola del quarantottenne cineasta spagnolo non è, però, l’ennesima celebrazione in toni trionfali di un divo dello sport. Lo sguardo del regista sul campione argentino ricalca appieno il carattere di Messi: sobrio, pacato, privo di toni enfatici. Così è Leo Messi, eroe degli amanti del pallone, non solo argentini e tifosi del Barça, un giovane tenace, silenzioso, ma sempre pronto a scherzare con i compagni d’infanzia e di maglia. La Pulce – così è soprannominato Messi, piccolo di statura e in grado di infilarsi tra le maglie di ogni difesa avversaria – è raccontato da De la Iglesia attraverso le parole di coloro che fanno parte dei due universi del giovane campione: l’Argentina – la sfera degli affetti – e l’Europa – il mondo del pallone. Nello stesso ristorante, attorno a tavoli diversi, sono riuniti gli amici d’infanzia di Rosario, la cittadina argentina dove Messi è nato e ha vissuto fino a tredici anni: i compagni di squadra del Barça, tra cui Iniesta, Pinto e Piqué; gli allenatori, primo tra tutti Johann Cruiff, i dirigenti sportivi e lo stesso regista. Ciascuno di questi tavoli è un tassello che ci mostra l’immagine del protagonista, affetto da bambino da problemi di crescita che avrebbero potuto impedirgli di spiccare il volo. Un antieroe dei nostri giorni che non ha bisogno delle parole per far parlare di sé, ma che in silenzio si è guadagnato una fama mondiale. Messi parla in campo, non fuori dal campo, non gioca con i piedi, ma con la testa usando i piedi, non reagisce alle provocazioni, non insulta, non si pavoneggia e gli unici riflettori che vuole accesi sono quelli dei campi di calcio in dove la sua squadra gioca. Messi non dimentica chi ha creduto in lui quando nessuno ci contava: dopo ogni goal, la Pulce punta le dita al cielo per ringraziare quella nonna che, prima di tutti, prima forse anche di lui stesso, ha creduto in Leo Messi. Attraverso ricostruzioni con attori, materiale d’archivio e interviste al campione del Barça, De la Iglesia ci fa capire perché questo giovane è sì un leader, ma un leader silenzioso così diverso da quel Maradona cui spesso è paragonato. Come dice Cesar Luis Menotti, il commissario tecnico che nel 1978 guidò la Nazionale albiceleste alla conquista del suo primo campionato del mondo: «Messi è l’argentino che tutti vorremmo essere, Maradona è l’argentino che tutti siamo ». Senza pretese pedagogiche, il regista spagnolo ci indica con un documentario dal tono conviviale un’altra strada verso la grandezza, una strada che, come nel caso di Messi, passa per l’essere piccoli.

Flaminia Chizzola