Michele Riondino: «Basta personaggi trentenni: voglio ruoli da uomo e genitore, come sono nella vita»

Michele Riondino

Ha cantato con passione e allegria le canzoni di Lucio Battisti sul palco del cinema Mutua insieme a Neri Marcorè, Pivio e Aldo De Scalzi (quelle interpretate anche ne L’avventura di Marco Danieli, al fianco di Laura Chiatti) e si è esibito con la sua band, i Revolving Bridge, nel Giardino di Note. Michele Riondino è tra gli ospiti della 13esima edizione di Creuza de Mà, il festival dedicato alla musica per cinema ideato e diretto dal regista Gianfranco Cabiddu e in programma a Carloforte, sull’Isola di San Pietro, a pochi chilometri dalla costa sud occidentale della Sardegna, dal 10 al 15 settembre.

Una manifestazione che riflette sul complesso rapporto tra registi e musicisti e che unisce film e masterclass, concerti e tempo da trascorrere insieme in totale libertà. «Il mio primo sogno da bambino è stato quello di diventare una rock star – ci ha raccontato l’attore – e far parte di una band. La musica è un elemento determinante del mio processo creativo. Nella preparazione di uno spettacolo, di un film, di un ruolo, la musica mi aiuta a creare l’identità di un personaggio, il mondo nel quale si muove. Nel mio ultimo spettacolo su Don Gallo, Angelicamente anarchici, ho chiamato Francesco Forni e Ilaria Graziano a reinterpretare i brani di De André. Con Theo Teardo ho lavorato a uno spettacolo, Siamo solo noi, portato in tournée. Il Cinzella Festival poi, che ho fortemente voluto a Taranto, è un gemello di Creuza de Mà, anche se è più centrato sul cinema che racconta il mondo della musica. Quest’anno abbiamo avuto come ospite Terri Hooley, fondatore del punk irlandese, nonché del negozio di dischi e dell’etichetta Good Vibrations».

Che musica suoni con il tuo gruppo?

Rock’n roll, rockabilly in una versione molto accelerata e punkeggiante. I nostri concerti sono molto informali, cominciano con la nostra formazione e finiscono con la gente del pubblico che sale sul palco a cantare. I brani sono molto conosciuti, ma proviamo pochissimo e gli altri componenti della band fanno lavori molto diversi tra loro. Siamo gente comune che cerca di divertirsi.

Molti attori, quando preparano un ruolo, ascoltando la propria musica, spesso diversa da quella poi scelta per il film. Che effetto fa rivedersi su note diverse?

Non mi disturba affatto trovare il prodotto finale incorniciato in una colonna sonora che non rispecchia esattamente l’idea che mi ero fatto, anche perché l’idea che ci facciamo noi attori del nostro personaggio è del tutto personale. Vinciamo la sfida se la nostra idea va a incastrarsi bene con l’idea generale del film, come avviene in una struttura orchestrale. Io suono il mio strumento, ma se lo isoli ti accorgi che la linea melodica è totalmente diversa dal resto. La musica è sempre molto utile, ricordo che per Fortapasc di Marco Risi, per non correre il rischio parlare in un napoletano che scimmiottasse i napoletani, avevo chiesto a Elio Germano di farmi sentire gruppi rap partenopei.

Ci sarà una nuova stagione de Il giovane Montalbano?

Se ne è parlato diverso tempo fa ed era nell’aria l’idea di realizzare una nuova stagione, ma poi questa idea si è raffreddata, non so bene perché, e si è deciso piuttosto di continuare con il Montalbano tradizionale. Per me questa meravigliosa esperienza è nata come un azzardo che ho accettato dopo averci riflettuto cento volte e parlato con Andrea Camilleri, che mi ha dato la motivazione principale per dire di si. Mi fa piacere che mi chiedano notizie sulla serie, sono molto contento del rapporto con Camilleri, di essere entrato a far parte del suo mondo, di avergli raccontato quello che facevo. L’ho interpellato anche per altri film che con Montalbano non c’entravano nulla. Ma forse non posso essere ancora “il giovane” Montalbano, non ne posso più di recitare trentenni, Un’avventura di Marco Danieli è stata davvero l’ultima volta. Sono contento di cominciare a fare il ruolo dell’uomo, del genitore, quale sono. La tragedia è che in Italia siamo considerati ancora dei ragazzi a quarant’anni, quindi mi piace l’idea di portare in scena il dramma dei 40enni costretti ad essere ancora giovani. Non posso più far finta di essere quello che non sono, e cioè un ragazzino, vorrei finalmente portare in scena quello che sono oggi con personaggi che mi rispecchiano di più.

Il mestiere dell’attore ha cambiato il tuo modo di osservare la realtà?

Recitare è la forma più neutrale, trasparente e pulita per entrare nella vita altrui, una forma di studio antropologico per osservare gli altri e se stessi. Ho cominciato a fare teatro da ragazzino ma ero timidissimo, non avevo il coraggio di dire il mio nome ad alta voce in una classe, di espormi e raccontare me stesso. Anche durante i laboratori ero sempre l’ultimo a mostrare il proprio lavoro. La recitazione mi ha aiutato a formarmi come uomo, mi ha dato strumenti per potermi raccontare e interpretare la realtà. Recitare significa anche osservare attentamente quello che succede intorno, spiare e rubare.

Ci sono storie che non vengono raccontate dal cinema italiano e che varrebbe la pena affrontare?

Mi piace tanto il cinema che è stato e quello che sta per essere. Penso al tentativo riuscito di far rinascere il genere, l’idea di tornare a raccontare personaggi umani, normali, con una forte identità. Non mi interessa lavorare sulla fascinazione del male che nulla ha di umano e reale. Adoro Martin Eden perché è un film su un anarchico, un marinaio e figlio del popolo, amo Pietro Marcello che lavora con un suo linguaggio. Preferisco tornare insomma a racconti che ci appartengono di più.