Mientras dure la guerra, il mélo civile di Alejandro Amenábar che racconta la dittatura in Spagna

Tradotto il titolo significa: “Finchè duri la guerra”. Era una postilla nel documento che assegnava al generale Francisco Franco il pieno potere e il comando unico delle forze ribelli e golpiste in lotta contro le repubblicane nel fosco e dolorosissimo periodo della guerra civile spagnola, una postilla che poneva limiti temporali e che fu tolta (per opportunismo e fellonia dei firmatari), fatto che consentì al “Generalisimo” – che i suoi colleghi generali chiamavano non senza disprezzo e timore “Franchito la volpe” – la continuità del suo mandato dittatoriale sino al 1975.

L’eclettico iberico Alejandro Amenábar (nato in Cile ma cresciuto a Madrid), dopo aver frequentato con perizia il thriller (Tesis), la fantascienza (Apri gli occhi), il fantastico gotico (The Others), il dramma d’attualità (Mare dentro), il film storico (Agora), entra nel terreno minato della storia sanguinosa della Spagna del XX secolo e lo fa accompagnando la cronistoria attenta alla politica infuocata di quella stagione (ricostruendo i fatti salienti della avanzata, protetta da nazisti e fascisti, dei ribelli), con il dramma individuale di uno dei più grandi intellettuali spagnoli del periodo.

A Salamanca (il film è in gran parte girato nella meravigliosa città), nel 1936, Miguel De Unamuno, insigne filosofo e saggista, in gioventù “baschista”, socialista e marxista e ora acclamato Rettore della Università e liberal conservatore non del tutto sensibile al pericolo incombente in patria del fascismo, assiste, dalla sua “torre d’avorio” di intellettuale e con una certa pavidità opportunista e stizzita, all’ingresso dei legionari franchisti in città, alla repressione delle libertà, ai rastrellamenti, alla volgarità cialtrona dei nuovi potenti.

Per un po’ traccheggia, tra lo schifato e il doppiopesista, preferendo le passeggiate al bar Novelty con i suoi amici, un prete protestante e un giovane professore di sinistra. Ma quando anche questi due, come del resto il sindaco socialista, verranno incarcerati e poi uccisi, in un sussulto di dignità reagirà con un infiammato discorso a favore della pace e della democrazia.

Senza nascondere la quasi corrispettiva spietatezza dei repubblicani e dei “rossi” (come l’assedio all’Alcazar di Toledo), una ricostruzione della sconfitta di quella parte che osò opporsi alla “Spagna decrepita che puzza di incenso e sacrestia”, con l’ariosità del grande cinema sentimental-popolare, tra il melodramma personale dei singoli e la teatralizzazione da cinema militante della ragione democratica. Eccellente la caratterizzazione di Karra Elejalde, basco, nel ruolo del protagonista. Presentato al Festival di San Sebastian e al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile.