Anna – Intervista a Niccolò Ammaniti | Solo i bambini sopravvivono al virus

Niccolò Ammaniti racconta Anna, la serie originale Sky, al via il 23 aprile su Sky Atlantic e Now. È tratta dal suo romanzo su un morbo misterioso che uccide gli adulti lasciando i bimbi a lottare tra loro per sopravvivere: «È la storia di un paradosso»

«Realizzare e girare Anna è stato un lavoro immenso. È stata una macchina gigantesca. E ora che finalmente arriva in tv voglio godermela». Niccolò Ammaniti, autore del romanzo da cui ha tratto l’omonima serie, di cui è stato anche regista, non nasconde la difficoltà di riuscire a portare sullo schermo quel mondo distrutto, devastato da un virus, abitato solo da bambini destinati a morire come gli adulti, costretti a sopravvivere in un nuovo ordine fatto di lotte tra piccoli e strani riti religiosi. Una realtà in cui la tredicenne Anna cerca di salvare il fratellino Astor.

«Quando ho scritto Anna – racconta lo scrittore – ero molto concentrato sulla protagonista e sulla sua parabola. Volevo raccontare l’evoluzione di una bambina che si trasforma in adolescente, si innamora, diventa quasi madre e poi vedova, ma con il passare degli anni sentivo che c’erano altri personaggi che mi sarebbe piaciuto raccontare. Con un romanzo non potevo farlo, avrei dovuto scrivere una versione più lunga che avrebbe richiesto tanto tempo. Non mi piaceva nemmeno l’idea di farne un film, perché non avrei avuto lo spazio necessario, così ho scelto la serie. È partita una macchina gigantesca, un lavoro molto impegnativo».

Qual è stato l’aspetto più impegnativo?

«Molte cose. All’inizio avevo pensato che come per Il Miracolo avrei potuto dividere le riprese con altri registi, ma stavolta la narrazione era più complessa, per cui ho deciso di dirigere tutto da solo. L’altra grande scommessa è stata lavorare con i bambini, abbiamo fatto mesi di provini estenuanti, per fortuna mia moglie mi ha aiutato nella preparazione, perché con i bambini è importante che arrivino sul set pronti, poi non si riesce più a cambiare nulla. È stato molto complesso il lavoro di scenografia, dei costumi e del trucco. Molte scene le abbiamo girate in posti distanti tra loro e c’è stata anche la pandemia».

Foto tratta dal sesto episodio di “Anna”

Lei ha scritto di un virus che uccideva gli adulti molti anni prima dell’arrivo del Covid. Sarà stanco di sentirselo ricordare.

«E dovrà sentirlo molto a lungo temo. In realtà io non volevo raccontare la storia del virus, ma quella di bambini che si ritrovano ad abitare in un mondo senza adulti. Era un’espansione di quello che avevo già fatto nei miei romanzi Io non ho paura e Io e te, continuando a raccontare le fasi dell’infanzia e dell’adolescenza, provando stavolta a escludere gli adulti. L’unico modo per farlo era un virus, perché eventi come un terremoto o una guerra avrebbero ucciso l’intera umanità».

I bambini in Anna muoiono appena crescono. Significa che per lei è meglio la morte dell’età adulta?

«Non è così semplice. Diventando adulti ci si inaridisce, anche se si conquistano altri obiettivi, ma quella forza della fantasia che domina la vita infantile perde la sua essenza e la sua purezza. È una fiammella che pochissimi riescono a tenere accesa andando avanti con gli anni».

Questi bambini che lei racconta sono buoni o cattivi?

«Non sono né buoni né cattivi, vivono in un mondo feroce, ma non sono convinto che siano così buoni come la tradizione storica vuole farci credere».

Possono vivere in un mondo senza adulti?

«No. La mia storia è un’iperbole, un paradosso narrativo».

C’è stata una Anna nella sua vita da ragazzino?

«No, non c’è stata. Io sono sempre stato molto simile ai miei protagonisti maschili, a parte quello di “Io non ho paura”, troppo coraggioso rispetto a me. Anna doveva essere una ragazzina, non un maschio, perché doveva prendersi cura del fratello, era interessante capire quanto una sorella potesse essere madre. Anna ha enorme un coraggio e una gran voglia di vedere oltre il buio, la sua è la storia con più dose di speranza che io abbia scritto finora».

È vero che dopo Anna smetterà con le storie di adolescenti?

«Non lo so, di certo lavorare con i bambini mi ha cambiato completamente. Avevano totale fiducia in me, per loro il set era un gioco, da adolescenti poi cambiano, la macchina diventa uno specchio in cui si guardano».

Dirigerebbe la storia di qualcun altro?

«Dovrebbe essere una storia che mi pia- ce veramente, non credo, ma mai dire mai. Intanto devo capire se continuare a fare questo lavoro o ritornare a fare scrittore».

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