“Casinò” compie 25 anni: tutti i segreti del film di Martin Scorsese con Robert De Niro

Usciva 25 anni fa il film di Martin Scorsese che ricreò il trio Robert De Niro-Joe Pesci-James Woods e fruttò un Golden Globe a Sharon Stone

A metà degli anni ’90 Martin Scorsese, rimasto senza storie, si ricordò che, mentre era a
Londra per girare “L’età dell’innocenza“, lo scrittore Mike Pileggi – autore di “Quei bravi
ragazzi” – gli aveva inviato un articolo degli inizi Anni 80 su un certo Lefty Rosenthal, che
aveva portato al successo il casinò Stardust a Las Vegas ed era colluso con la mafia di Chicago. Rosenthal era il tipico “bravo ragazzo” che piaceva a Scorsese: brillante, astuto e pieno di eccessi, con una moglie tosta e violenta. Era ebreo e non italiano, ma sembrava il protagonista ideale del suo nuovo film, insieme alle luci e ai colori di Las Vegas, così invitò Pileggi, che stava scrivendo un libro su Rosenthal, a stendere una sceneggiatura (il libro uscì dopo il film) che divenne “Casinò“. Universal stanziò un budget di 52 milioni di dollari finali, incassandone 116 nel mondo (42 dei quali negli Usa). Le riprese furono ambientate nel Nevada, con location a Las Vegas. L’immaginario casinò Tangiers era nella realtà il Riviera Hotel, al 2901 del Las Vegas Boulevard.

Le scene in sala furono girate tra l’una e le quattro di notte per non intralciare l’attività del casinò. Rosenthal non voleva saperne del film, ma quando scoprì che il regista sarebbe stato Scorsese e il protagonista Robert De Niro, cioè i principali responsabili di Quei bravi ragazzi, che lui amava molto, accettò di fare da consulente. Incontrò spesso De Niro, sentendolo anche al telefono. Per il ruolo di Micky Santoro (ispirato al gangster Anthony Spilotro), violento affiliato che la mafia invia per “proteggere” l’operato di Rothstein, la scelta di Joe Pesci era la più logica. L’intesa tra Pesci e De Niro si tradusse sul set nella più assoluta libertà durante i dialoghi: la maggior parte delle conversazioni tra i due sono state improvvisate.
Più lungo il percorso per scegliere l’attrice per il ruolo di Ginger McKenna. Si pensò a Nicole
Kidman, Cameron Diaz, Uma Thurman, Melanie Griffith, Michelle Pfeiffer (rifiutò per la troppa somiglianza alla sua parte in Scarface), Traci Lords – che fece un’ottima impressione – e Madonna che venne quasi presa. Sharon Stone voleva quel ruolo fortissimamente, anche per smarcarsi da Basic Instinct, ma dopo due incontri falliti con Scorsese si era convinta che non ci fosse più nulla da fare, e rifiutò il terzo appuntamento, andando con un’amica al ristorante. Qui, a sorpresa, la raggiunse Scorsese, che le affidò la parte. Sul set il regista la aiutò a dare il meglio, sostenendola nei momenti di crisi: durante una scena in una cabina del telefono le fece superare una crisi d’ansia tenendola per mano sdraiato a terra, in un’altra riuscì a farle tenere indosso un abito di perline bianco e oro di circa 20 chili che la stava facendo soffrire per via di un problema alla schiena. Il risultato fu il Golden Globe come miglior attrice, ma, con grande disappunto di molti, non l’Oscar, che quell’anno andò invece a Susan Sarandon per “Dead Men Walking”. A interpretare il protettore di Ginger, infine, fu chiamato James Woods. Si venne così a ricreare con De Niro e Pesci il terzetto di protagonisti di “C’era una volta in America”. “Casinò” è l’ottava e ultima collaborazione del regista con De Niro per oltre 20 anni, sino al 2019, grazie alla rimpatriata con “The Irishman”. Una statistica curiosa: in Casinò viene pronunciata 435 volte la parola “fuck”. (circa 2,4 al minuto). Un record eguagliato nel 1999 da Summer of Sam di Spike Lee, e battuto poi da un altro film di Scorsese, The Wolf of Wall Street, nel 2013 con quasi 600 utilizzi.

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