AL LARGO DEI BASTIONI DI ORIONE: INCONTRO CON RUTGER HAUER

Giunto a Trieste, premiato con l’Urania d’Argento 2016 al Science+Fiction Festival, Rutger Hauer è una presenza che non si dimentica. Non solo perché appena lo si vede la mente inevitabilmente corre a quel “Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…” che il suo replicante Roy Batty pronuncia in un toccante monologo (quasi shakespeariano), diventato leggendario in Blade Runner (1982) di Ridley Scott. No, non solo per questo.

Massiccio, con ancora tanti capelli biondi che danno sul cenere, due profondi occhi azzurri che ti perforano (non per nulla era soprannominato il Paul Newman olandese) nel viso solcato da rughette, Rutger Hauer è un fiume in piena quando dialoga con i giornalisti, tra una sigaretta e l’altra. Gesticola con foga per dare peso alle sue parole, ti guarda a fondo quando ti parla e soprattutto dice cose mai banali. “Perché faccio film commerciali? Perché il lavoro è diverso ogni volta. E perché le piccole produzioni sono più interessanti, più rischiose, sempre. Blade Runner non era un film commerciale. All’inizio non si sapeva neanche come chiamarlo e alla fine è diventato un cult ma troppo tardi per essere sfruttato commercialmente”.

A 71 anni compiuti, dal 1969, quando divenne improvvisamente una star grazie alla serie tv Floris (regia di Paul Verhoeven, una sorta di Ivanhoe olandese che fu per lui la svolta nata da una botta di fortuna: “presi il posto di un attore che recitava in teatro e non poteva garantire la continuità di presenza”), a oggi ha recitato in quasi 100 lavori tra cinema e tv.

Ricorda con orgoglio e piacere Scott (“tutti pensano che sia un autore interessato soprattutto alla tecnica, invece lo era molto di più nel cercare l’intensità dei personaggi. E Blade Runner lo dimostra”), Olmi con La leggenda del santo Bevitore (“Un direttore visuale, molto sensibile, cercava sempre di spiare la realtà”) e naturalmente Verhoeven, con cui ha lavorato 5 volte – Floris, Fiore di carne, Kitty Tippel, Soldato d’Orange, L’amore e il sangue – e che lo ha scoperto e lanciato (“era come uno “scienziato pazzo”, un selvaggio che avrebbe ucciso qualcuno pur di ottenere il risultato che voleva lui”. E poi: “Io ho un naso molto importante, ma in realtà respiro con la bocca. Per cui stavo spesso sul set di Floris con la bocca aperta. E lui urlava: “chiudi la bocca!”. Quel che è bello è che non mi ha mai dato per scontato, sono sempre stato io a propormi con lui”).

Ci sono professionisti della recitazione che lavorano di lima e calibro e ci sono attori invece istintivi, che sentono la parte per empatia. Hauer ha una opinione molto originale e personale sull’arte dell’attore: “io non recito buoni o cattivi, ma solo personaggi. Che sono soprattutto degli schizzi, il resto del lavoro lo fa il pubblico. Per esempio, tornando a Blade Runner, per il mutante Roy Batty io ho fatto come una insalata di caratteristiche: ci ho messo un po’ di poesia, un po’ di humour, all’inizio anche un po’ di lato sexy ma poi l’ho tolto. Però praticamente ho fatto solo il 50 per cento del lavoro, il resto lo ha fatto il pubblico, sentendolo. Come una proiezione”.

Ma quando si pensa al film cruciale per la sua esistenza (personale), ebbene non è nessuno di quelli sino a qui citati. “Era The Hitcher, 1986, un thriller violento sia pur con umorismo e io su quel set, sono maturato. Da ribelle che ero, lì mi sono tranquillizzato, finalmente sapevo quello che volevo fare. Avevo 41 anni. Certo ci ho messo un po’ di tempo rispetto ad altri ma ci sono arrivato”.

E infine: Raffiguro la mia vita come la base di una ancora. Cioè penso alle due punte divaricate: da una parte c’è il mio lavoro cinematografico, dall’altra la mia attività sociale. Ho infatti creato una associazione che si occupa di donne e bambini ammalati di Aids, la Rutger Hauer Starfish Association. Appena posso organizzo eventi recandomi direttamente sui posti, il che mi garantisce l’autenticità di quello che faccio. Anche la mia autobiografia (edita in Usa) l’ho scritta per questo, speravo di trovare fondi per questa iniziativa. Peccato, in America è stata in classifica solo una settimana”. E ride con gli occhi tristi mentre il Festival annuncia che, su volontà e input dello stesso divo, sabato 5 novembre si terrà una speciale masterclass riservata a 40 giovani filmmaker, alla scoperta delle tecniche di regia.

Capito adesso perché Rutger Hauer è una bella persona, uno che veramente ha visto “navi combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione”?

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