Anna Magnani: 110 anni fa nasceva il simbolo del cinema italiano nel mondo

Anna Magnani - Archivio David di Donatello

Grandissima o la più grande? Anna Magnani, nata 110 anni fa il 7 marzo a Roma, dove sarebbe morta il 26 settembre 1973, ancora oggi è l’emblema del cinema italiano di tutti i tempi, la prima a vincere un Oscar, nel 1956, per La rosa tatuata, regia di Daniel Mann, sfiorandone un secondo nel 1958 per Selvaggio è il vento di George Cukor, per il quale riceverà il David di Donatello.

In effetti potremmo ripercorrere tutta la sua carriera cinematografica quasi come un’analogia parallela alla storia della società italiana. Perché “Nannarella” (così veniva chiamata nell’ambiente) cominciò dalle figure del cinema popolare in piena epoca fascista: proveniente e già apprezzata regina della ribalta, fu lanciata praticamente da quello che sarebbe stato dal 1936 al 1940 suo marito, Goffredo Alessandrini, in Cavalleria nel 1936, ma si impose con De Sica in Teresa Venerdì nel 1941 e soprattutto in Campo de’ Fiori, 1943, di Mario Bonnard e L’ultima carrozzella di Mario Mattoli, lo stesso anno, assieme ad Aldo Fabrizi. E proprio con lui avrebbe dato passione e potenza a quello che è il film rifondatore di tutto il nostro cinema d’autore, Roma città aperta, 1945, di Roberto Rossellini, con cui iniziò una turbolenta relazione sentimentale, interrotta con tanto di crisi furibonda e paparazzata con l’irrompere di Ingrid Bergman.

Anna Magnani – Archivio David di Donatello

Intanto la sua figura da popolana («Io so’ fatta così. Nun ce l’ho la forma!» in Campo de’ Fiori) evolveva a icona nazionale (Il bandito, 1946, L’onorevole Angelina, 1947, Bellissima, 1951, per molti il più bel film di Visconti e grazie a lei), ma già affacciata alla notorietà internazionale (a parte l’episodio “vendicativo” di Vulcano, 1950, regia di William Dieterle, girato mentre l’ex Roberto filmava Stromboli – Terra di Dio) con Jean Renoir in La carrozza d’oro, 1952, e con il formidabile sbarco a Hollywood (e citiamo almeno anche Pelle di serpente, 1959, di Sidney Lumet, a fianco di Marlon Brando).

Negli anni ‘60 la sua attività rallentò, ma fece coppia con l’amico e sodale Totò in Risate di gioia di Monicelli e fu immensa Mamma  Roma con Pasolini nel 1962, per poi accostarsi anche al piccolo schermo, di cui aveva sempre diffidato, in due lavori di Alfredo Giannetti (Tre donne, serie in tre episodi, fra cui La sciantosa, e poi Correva l’anno di grazia 1870). L’ultima sua apparizione fu nel 1972 alla corte di Fellini, in Roma: nella notte, inseguita dalla cinepresa e dal commento volutamente un po’ ampolloso dello stesso regista, la Magnani apre il portone di palazzo Altieri, dove abitava, si gira e con un sorriso irriverente gli dice: «A Federì, va a dormì, va..». «Posso farti una domanda?», insiste lui. «No, nun me fido. Ciao, buonanotte», replica lei e chiude l’ingresso.

Addio forse più poetico dagli schermi non avrebbe potuto esserci. Dopo 46 film, 1 Oscar, 5 Nastri d’argento, 2 David di Donatello, 1 Golden Globe, 1 Coppa Volpi a Venezia, 1 Orso d’argento a Berlino, si è consegnata così, definitivamente, al Mito.

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