Gianni Amelio: «Ecco come sono diventato “Padre quotidiano”»

«Quando di un bambino si dice “è il ritratto di suo padre, gli ha staccato la testa”, il papà si gonfia di orgoglio. Invece sognavo un figlio al quale, con pazienza e fortuna, potessi un giorno somigliare io». Proprio in questa frase batte forte il cuore del nuovo romanzo di Gianni Amelio, Padre quotidiano (ed. Mondadori), lo straordinario racconto della nascita di una paternità sullo sfondo della realizzazione di un film, Lamerica, che il regista girò in Albania nel 1993 e che anticipava un’importante riflessione sul fenomeno delle migrazioni divenuto oggi una tragedia umanitaria.

Gianni Amelio (foto Federico Demitri)

Nel libro Amelio racconta infatti come, durante le riprese, Ethem, un uomo dalla salute minata da sette anni di prigionia in una miniera, padre di Arben, il ragazzo di sedici anni che sorride nell’ultima scena del film, un giorno gli disse: «Fino a oggi è stato mio figlio. Da domani diventa figlio tuo». Le parole che il regista e scrittore sceglie sapientemente per costruire un tessuto narrativo morbido come una carezza, restituiscono l’eccezionalità di un incontro fatto di emozioni e incomprensioni, dubbi, diffidenze e inattese affinità. E come in una sorta di controcampo della memoria, alcune pagine vengono affidate ai ricordi di Arben, che commenta ciò che Amelio scrive, rievoca, ricostruisce.

Gianni Amelio (foto di Federico Demitri)

Mettendosi coraggiosamente a nudo, l’autore racconta come abbia deciso di adottare quel ragazzo, e di portare a Roma due anni dopo non soltanto lui, ma anche i suoi genitori. «Non avevo strumenti per crescere un figlio – ha raccontato Amelio, che ieri al Chiostro di San Francesco a Sorrento ha incontrato con Ciak il pubblico degli Incontri Internazionali del Cinemae ho chiesto quindi aiuto a Ethem e Life. Mi rendo conto di aver compiuto un gesto estremo, ma a venticinque anni di distanza sento di aver fatto la scelta giusta per me. Oggi, di fronte all’arrivo nel nostro paese di così tanti migranti non è più possibile pensare a un’accoglienza personale, ma è necessaria la collaborazione dell’Europa intera». Quel gracile e silenzioso ragazzo albanese è diventato un uomo robusto, un marito, il padre di tre bambine. Il mondo del cinema ha definitivamente conquistato anche lui, che oggi fa l’operatore e il suo nome compare nei titoli di testa di Io sono tempesta di Daniele Luchetti.

La storia di questo romanzo è così appassionante da suggerire l’idea di un film. «Ma non per mano mia – precisa Amelio – perché non avrei la giusta distanza. Se penso a chi potrebbe dirigere un film tratto da questo libro, mi viene in mente prima di tutto Francesco Munzi, che considero il regista mio erede».

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