Lina Wertmüller compie 90 anni: la lezione di cinema della prima regista donna candidata all’Oscar

Devo fare un’imbarazzante confessione. Ogni volta che la incontro, Lina Wertmüller si stupisce che io non abbia più i calzoni corti. Li avevo, ovviamente, da bambino, quando lei lavorava al teatro Sistina, collaborando con G&G, cioè Pietro Garinei e Sandro Giovannini (mio padre), ma li ho portati, ahimè, fino ai 14 anni, quando invece avrei dovuto già essere un ometto, e quel ricordo le è rimasto indelebile.

Il 14 agosto Lina compie 90 anni e scorrendo il suo curriculum si capisce perché: 23 film, 8 fra serie e film televisivi, 7 sceneggiature per altri registi, 4 romanzi, 2 biografie, 18 spettacoli teatrali, 2 opere liriche, fra le 200 e 300 canzoni (non lo sa neanche lei). E se sembra già troppo è solo perché non avete dato un’occhiata nei suoi cassetti, pieni di progetti non ancora realizzati (un musical su Caligola, la vita di Livia, moglie di Augusto, Napoli luntanamente, biopic di Salvatore Di Giacomo, Il sesso di Hitler, sulla visita del Führer a Roma e sugli incontri erotici che Mussolini gli aveva preparato, un bunga bunga di 80 anni fa, eccetera, eccetera, eccetera).

Nella vagonata di premi che ha vinto, spiccano le quattro nomination all’Oscar 1977 di Pasqualino Settebellezze: miglior film straniero, attore (Giancarlo Giannini), sceneggiatura e regia. Prima donna di tutti i tempi. Ma, seduta sul divano della sua casa su tre piani con vista su Piazza del Popolo, davanti a un meraviglioso tavolo di legno del grande scenografo Enrico Job, suo marito per quasi cinquant’anni, che è anche un gioco (sul piano, disposti come su una scacchiera ci sono dei grossi numeri di metallo la cui somma dà sempre 34, l’età che aveva l’autore all’epoca della creazione), parla volentieri del presente, senza rinunciare al proverbiale spiritaccio.

Per la Smorfia napoletana, 90 è il numero della paura. Concorda?

No, per me è l’allegria che fa 90.

Sono saggezza, comprensione, tranquillità, gli aspetti positivi del, diciamo così, “diventare grandi”?

No, è l’essere ancora vivi…

C’è un movimento a Hollywood per assegnarle un Oscar onorario. Le piacerebbe?

Francamente m’interessa poco. Ho già dato, e detto, e fatto…

Il problema è che chi ha lanciato per primo la proposta è Harvey Weinstein, oggi occupato e preoccupato in altre faccende. Che ne pensa del #metoo?

Hanno ragione, anche se è sempre successo. Io certo non rientravo nel modello “riserva di caccia Weinstein” e in ogni caso, avevo un modo tutto mio di farmi rispettare: menavo.

Cosa ha pensato del remake di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto con Madonna?

Non l’ho proprio visto. Madonna non mi è mai piaciuta.

E i suoi film li rivede?

Perché dovrei? Li conosco.

Se mai facessero un film sulla sua vita, chi vedrebbe nella sua parte?

Luciana Littizzetto, peperina come me.

Se avesse dovuto scegliere tra far ridere e far piangere, cosa avrebbe deciso?

Non c’è partita: il buonumore è un dono all’umanità.

È diventata famosa anche per i titoli lunghissimi, malgrado il suo primo film si intitolasse semplicemente I basilischi. Il record è Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…”. Ma dovesse proprio sintetizzare la sua vita, peraltro raccontata mirabilmente in immagini e parole da Valerio Ruiz nel documentario Dietro gli occhiali bianchi, userebbe una poesia di Trilussa: «C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va… Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa».

LA LEZIONE DI CINEMA DI LINA WERTMÜLLER

I MITICI OCCHIALI BIANCHI

«Sai perché quando li cerchi non trovi mai gli occhiali? Perché sono lenti». Era una freddura da varietà, ma anche il motivo per cui non me li tolgo mai. Per un periodo ho provato anche le lenti a contatto, finché non sono miseramente affogate in una pasta e fagioli. Da giovane usavo montature molto colorate, che mi davano allegria e sprint, ma un giorno m’innamorai di un paio bianchi. Quando si ruppero, mi rivolsi alla fabbrica per averne una scorta, ma l’ordine minimo era cinquemila. Li ho pagati a rate, come un investimento sul futuro. Un giorno Woody Allen mi offrì un cameo in Io e Annie, una scena in cui lui e Diane Keaton erano in fila per entrare al cinema, e qualcuno parlava in maniera trombonesca e petulante dei miei film. Allora lui mi chiamava e mi presentava a quel tipo. Io ero impegnata con un mio film, per cui gli mandai proprio un paio di occhiali bianchi, spiegando che con quelli qualunque donna sarebbe sembrata me. Ma l’idea non gli piacque e mi sostituì col sociologo Marshall McLuhan.

L’ELEGANZA DEL FUMETTO

Ho sempre scritto molto, seguendo un ghiribizzo momentaneo, spesso senza avere un committente. Perciò mi sono poi dovuta industriare per trovarlo a posteriori. È il caso di Iris e lo sceicco, ovvero Sceicchi e femministe, ovvero Storia d’evasione e d’Oriente, nato come soggetto cinematografico, e trasformato prima in feuilleton di 32 puntate recitato da me medesima alla radio, e infine in romanzo popolare con immagini di Milo Manara. E così ho potuto pagare pegno a uno dei miei amori segreti, il fumetto. La mia infanzia potrebbe essere intitolata Gli anni dell’Avventuroso, la rivista dell’Editore Nerbini di Firenze, di cui non perdevo un numero. Conservo ancora delle collezioni rilegate. Ero innamorata dei suoi eroi, Mandrake e Lothar, Cino e Franco, Flash Gordon, e invidiosa delle sue donne vestite di seta, spesso perfide ma sempre elegantissime.

LA PAGNANOLOGA

Ho cominciato col teatro, invece che col cinema. Ero talmente curiosa che ho cercato di non perdere mai nessuna occasione, tanto che a un certo punto, appena finita la guerra, mi sono ritrovata perfino burattinaia con la grande Maria Signorelli. Ho lavorato con Romolo Valli, Giorgio De Lullo, Alberto Bonucci, il teatro con la T maiuscola finché un giorno mi telefonò Andreina Pagnani, una grandissima attrice di cui ero diventata amica. Le era stata offerta La padrona di raggio di luna, una commedia musicale di Garinei & Giovannini, e mi chiese di aiutarla, perché io conoscevo il suo modo molto particolare di parlare. Quando mi presentai a G&G, loro furono freddissimi: «Così lei sarebbe la “Pagnanologa”»? Garinei mi diede del lei per due anni, Giovannini passò subito al tu, ma mi costrinse a buttare nel gabinetto un anello di ametista, sostenendo che era viola e avrebbe attirato su tutti noi chissà che sciagure. Doveva essere un incontro fortuito, sono rimasta a lavorare con loro per otto anni.

IL GIORNALINO DI GIAN BURRASCA

Il mio pregio maggiore è la curiosità, il mio difetto, la superficialità, e insieme si sposavano benissimo. Non sono mai riuscita a dedicarmi a una sola cosa, a fare uno straccio di programma. Mi bastava niente per imbarcarmi in una nuova avventura. Proposi alla Tv una versione musicale de Il giornalino di Gian Burrasca perché era il libro preferito da mia madre, e io stessa mi ero immedesimata nelle sue monellerie. Avevo avuto l’intuizione che Rita Pavone, detta Pel di Carota, la cantante preferita di Palmiro Togliatti, sarebbe stata un ottimo maschietto protagonista. Doveva essere uno spettacolo per la Tv dei ragazzi del giovedì pomeriggio, invece andò in onda sabato sera, come un varietà. Poi con lei feci due film, due cosiddetti musicarelli, Rita la zanzara e Non stuzzicate la zanzara. Mi divertii moltissimo perché dirigevo a tempo di musica. Lo sanno in pochi, ma io sono sempre stata un’ottima ballerina, virtuosa soprattutto di boogiewoogie. In coppia col regista Sergio Corbucci eravamo fra “i mejo tacchi” di Roma.

VIVA LA PAPPAPAPPA

Il colore che più amo è il rosso, quello dei gerani, gli unici fiori che ho sul terrazzo, e dei pomodori, il mio cibo preferito, nelle sue variegate trasformazioni, solide e liquide. Ecco perché ne Il Giornalino di Gian Burrasca gli ho scritto una serenata, musicata da Nino Rota: «La storia del passato/ormai ce l’ha insegnato/che un popolo affamato/fa la rivoluzion/ragion per cui affamati/abbiamo combattuto/perciò buon appetito/facciamo colazion!/viva la papapappa/col popopopopopopomodoro/viva la papapappa/che è un capopopopopopolavoro!». Sono quasi convinta di non avere nelle vene sangue, bensì pomodoro. E sono quasi sicura che potrei vivere solo di quello, perché è allegro, colorato, saporito, generoso, sensuale, classico pur nella sua anche la nostalgia dell’infanzia, perché è sempre stato il perfetto simbolo dell’estate, della bella stagione, della vacanza, della libertà.

IL MAESTRO FELLINI

La mia migliore amica era Flora Carabella, moglie di Marcello Mastroianni. Devo a lei l’aver convinto Federico Fellini a farmi fare l’assistente alla regia di 8 e 1/2. Ero la terza, ma pur sempre ”assistente”. Un’avventura indescrivibile, perché il suo motto era quello di Guido Anselmi, il protagonista del film: «È una festa la vita, viviamola insieme». E finito il film, mi aiutò a convincere il direttore della fotografia Gianni Di Venanzo ad aiutarmi nel mio esordio alla regia con I basilischi. E lui si portò l’intera troupe di Fellini, che lavorò praticamente gratis per me, per simpatia. La musica era di un altro esordiente come me, Ennio Morricone. Prima di cominciare ero così preoccupata che Fellini mi regalò un altro consiglio, paterno, fraterno, insomma da mentore: «Sono sicuro che ora ti arrovelli sulle questione tecniche, ma non lo fare. Racconta la storia, come faresti a un amico al bar. Se hai talento di narratore, andrà bene. Se no, nessuna tecnica ti potrà salvare». E da allora ho sempre fatto come diceva lui…

MELATO& GIANNINI

Ho fatto tre film di fila con Giancarlo Giannini & Mariangela Melato, la più grande coppia del cinema italiano, dopo Mastroianni/Loren. Il primo, Mimì metallurgico ferito nell’onore, fu il più difficile. Avevo scritto la storia otto anni prima col titolo Il dolce e l’amaro, ma nessuno li voleva come protagonisti perché pur essendo due ottimi attori teatrali non erano considerati commerciali. Al posto di Giannini, per esempio, preferivano il siciliano classico dell’epoca, Lando Buzzanca. Poi con Film d’amore e d’anarchia nessuno ha più avuto dubbi. E Travolti da un insolito destino… è diventato il manifesto sintetico del mio cinema, sesso & politica. Perfino un genio come Henry Miller lo ha citato in una lettera che scrisse alla sua ultima amante, Brenda Venus: «Lina, a mio parere, è preferibile come regista a qualsiasi maschio. Vedendo Travolti mi sono tornati in mente Tropico del cancro Sexus. Umorismo e scopate a mucchi, una scorpacciata!». Promossa dal più grande scrittore erotico: niente male, no?

LA PRIMA REGISTA DONNA CANDIDATA ALL’OSCAR

Quando John Simon, grande e temuto critico americano, ha detto: «Solo due registe, Leni Riefenstahl e Lina Wertmüller, si sono distinte nella storia del cinema» mi sono sentita come un duo musicale, Leni & Lina. Non mi sono mai considerata una pioniera perché in Italia, addirittura all’epoca del muto, la salernitana Elvira Notari diresse una sessantina di film ed ebbe successo anche in America. Quindi, quando nel 1977 ho avuto la candidatura dopo 48 anni di Oscar, più che per me sono stata contenta per la società. Pensavo che le barriere sarebbero crollate, ma nei successivi 41 anni sono state candidate solo altre quattro donne (Jane Campion, Sofia Coppola, Greta Gerwig, e Kathryn Bigelow, l’unica a vincere finalmente la statuetta, Nda). Forse dipende dal fatto che fra i votanti gli uomini sono in schiacciante maggioranza, anche se io penso che nell’arte non dovrebbero esserci quote fisse, come si vorrebbe in politica. È il merito che conta e non vedo l’ora che arrivi il giorno in cui bisognerà specificare “regista uomo”.

Marco Giovannini

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