Contromano, Antonio Albanese: «L’immigrazione a modo mio»

Antonio Albanese è un maestro nell’annusare le nevrosi italiane e trasformarle in personaggi dalla vita propria, come l’imprenditore brianzolo Ivo Perego, il politico corrotto Cetto La Qualunque e lo chef Alain Tonné approdato al suo ultimo libro Lenticchie alla julienne. Alla galleria si unisce ora il milanese Mario Cavallaro, simbolo delle paure e delle contraddizioni contemporanee di tanti italiani nei confronti dell’immigrazione, protagonista di Contromano, il quarto film di Albanese da regista, al cinema dal 29 marzo.

Cavallaro vende calze nella sua piccola bottega, come il padre e il nonno. È un omino solitario e anonimo, preciso e resistente al cambiamento, una persona perbene che però non sopporta più che il senegalese Oba (interpretato dall’attore francese Alex Fondja) venda i calzini per strada proprio di fronte alle sue vetrine. E allora gli viene un’idea semplice e folle allo stesso tempo: «Portare indietro personalmente il migrante, fino in Africa», racconta Albanese. Lo rapisce e parte in auto, Milano-Senegal, in preda a un entusiasta impazzimento. Ma quando Oba si accorge del suo piano, pone come condizione alla “deportazione” che vada con loro anche la sorella Dalida (la cantante francese Aude Legastelois).

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Alex Fondja, Antonio Albanese e Aude Legastelois in Contromano

Il loro diventa un viaggio di scoperta reciproca e di illuminazione per Mario, che uscendo dalla sua routine stantia capirà la cosa più importante sull’integrazione: «Sono le cose diverse che fanno crescere il mondo». Contromano riporta al cinema la comicità di Albanese, poetica e immersa nel presente, a sedici anni dalla sua ultima regia, Il nostro matrimonio è in crisi, e a pochi mesi dagli impegni d’attore in Mamma o papà? e Come un gatto in tangenziale. Dal 21 aprile lo vedremo su Rai 3 nella miniserie I topi, che ha scritto e interpretato.

Albanese, questo film tocca il tema infuocato dell’immigrazione a poche settimane dalle elezioni. Un caso?

Non c’entra niente col periodo elettorale, avevamo deciso di fare il film più di un anno e mezzo fa. Stiamo affrontando questo tema da decenni: sono stanco di sentire rappresaglie, durezze e a volte anche dolore gratuito sull’argomento. L’intenzione era fare una fiaba per adulti: le grandi fiabe trattano argomenti drammatici, metafore enormi. Volevo mostrare che in tutto questo c’è anche una dolcezza che deve ancora affiorare. Anche se con scariche adrenaliniche strane, negli ultimi tempi gli italiani hanno avuto il coraggio e la bontà di affrontare le migrazioni più di altri Paesi che si sentono colti e moderni. È chiaro che l’accoglienza va fatta con più controllo e attenzione, ma non si può lasciare le persone alla disperazione.

Il trailer di Contromano:

Chi è Mario Cavallaro?

Lo vedo un po’ come l’Occidente: malinconico e rassegnato. È un uomo fermo, per questo appena incontra il viaggio e la bellezza capisce quello che ha perso.

Quali erano i pericoli da evitare in sceneggiatura?

Il falso buonismo o la cattiveria un po’ stereotipata. Non è facile offrire al pubblico un tema così trattato e bistrattato.

Il film racconta anche Milano e i milanesi…

È la città che amo profondamente. Mi ha dato la possibilità di frequentare una scuola civica, che altrimenti non avrei potuto permettermi, e di fare questo lavoro. Se devo qualcosa a qualcuno, la devo a Milano.

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Avete davvero viaggiato fino in Africa?

Sì, siamo passati dalla Toscana, da Terracina e Napoli, poi ci siamo imbarcati a Genova sull’unica nave europea che raggiunge il Marocco. Sono 48 ore di viaggio. Nel parcheggio prima della partenza si accumulano macchine cariche di ogni cosa: per molti è l’unico modo di raggiungere la propria terra. Da Tangeri siamo andati in un villaggio a sud di Marrakech.

Cosa le ha insegnato questo viaggio?

Proprio lì a sud di Marrakech ho visto una distesa immensa di ulivi. Ho chiesto al capo villaggio: perché l’avete abbandonata? Lui mi ha risposto stupito che non era abbandonata. Per loro trattare gli ulivi così era normale, non potavano, non usavano il frangizolle. Allora mi sono detto: se qualcuno va lì a spiegargli alcune cose, forse possiamo aiutarli a casa loro.

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Frengo

Da Frengo a Cetto La Qualunque, fino a Cavallaro, i suoi personaggi sembrano rispecchiare le mutazioni degli italiani stessi…

Da dodici anni mi dicono che Cetto è sempre più attuale: l’avevo anche un po’ calcolato. Non cito mai nessuno direttamente. Non mi interessa fermare il momento, ma costruire personaggi che non hanno tempo e individuano un sentire. Frengo è nato 24 anni fa: se lo metti in Tv a raccontare il calcio è ancora attualissimo. Alain Tonné è nato 15 anni fa: sapevo che sarebbe venuto il suo momento. Rispetto a molte persone, ho più tempo per captare queste cose. Mi piace costruire esseri umani, che di solito sono una conseguenza di quello che li circonda. Perego è diventato così, ma non l’ha scelto lui, si è ritrovato nella cultura dei capannoni. E così anche Cetto La Qualunque.

E Mario Cavallaro cosa rappresenta?

Il nostro tempo: un mondo un po’ stordito. Ormai siamo a un quarto d’ora da un esaurimento nervoso. Il 2016 è stato l’anno col più basso numero di omicidi della storia d’Italia e se si accende la Tv sembra il contrario. Mario è un uomo condizionato da tutto questo: fa il suo dovere, ma è diventato un po’ diffidente.

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