L’ospite, cronaca di un disamore a 40 anni

Un peraltro non spiacevole profumo di antico pervade L’ospite, opera seconda di Duccio Chiarini (la prima è Short Skin), coproduzione italo-svizzera proposta al festival di Locarno, sezione Piazza Grande. Perché ricorda, preso nel suo complesso, un po’ quei film “del e sul riflusso” che andavano in cerca di moda negli anni ’80 o giù di lì.

In effetti L’ospite tratta della cronaca di un disamore. Un curioso incidente, un preservativo rotto, rivela la crepa di un rapporto: “che facciamo, dobbiamo prendere la pillola” dice Chiara, “magari è un segno del destino” dice Guido, più speranzoso perché in fondo a lui un figlio non dispiacerebbe. Invece, da lì la coppia implode nella crisi. Lei, due master ma che ha trovato lavoro solo come guida turistica, si macera e chiede spazio per riflettere, lui assistente universitario che ha quasi ultimato un saggio su Calvino, va in crisi d’ansia e girovaga zingaro tra la casa dei genitori e i divani degli amici. Per scoprire che sono tutti in crisi; i sentimenti sono terribili, non stanno mai fermi. “Le donne a quell’età danno certezza, non fanno casino” esclama il padre tra un bisticcio e una polemica con la moglie.

Quasi “un romanzo di formazione tardivo” afferma il regista (classe 77, quindi pressoché coetaneo ai suoi personaggi), un’opera sulle insicurezze della sua generazione, arrivata a sfiorare gli anta, “iper-specializzata” ma senza bussole.

Grande merito di questo film che avrebbe potuto benissimo essere interpretato allora da un Troisi, una Buy o un morettiano intimista, è però quello di conservarsi a lato del dramma psicologico, il piagnucolio e l’autofrullatura nella sfiga. C’è leggerezza nei toni e si punta molto all’ironia, mentre le situazioni in cui tutti ci riconosciamo, come davanti a uno specchio, vengono ripercorse come un tragitto sentimentale che va di stazione in stazione, senza tralasciare nulla.

Buona parte del merito va ai protagonisti, naturali senza strafare. Daniele Parisi e Silvia D’Amico vengono da solidi studi teatrali. Il primo ha debuttato sullo schermo con Orecchie di Alessandro Aronadio (presentato a Venezia e in cui recitava anche la D’Amico), la seconda è stata la protagonista (premiata) di Fino a qui tutto bene di Roan Johnson e Non essere cattivo di Claudio Caligari (dove è stato premiato col Nastro d’Argento tutto il team degli attori principali). Di supporto un cast molto amalgamato, tra cui si nota anche, cresciuta, la palermitana Thony che ha vinto un Ciak d’Oro come autrice delle canzoni proprio nel film in cui ha debuttato come attrice, scoperta da Paolo Virzì e lanciata in Tutti i santi i giorni.

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