La vita segreta di un orfanotrofio cinese a Le Voci dell’Inchiesta

Sono migliaia i bambini cinesi rimasti soli perché i genitori sono nelle carceri della Repubblica Popolare Cinese. A occuparsi di loro non è lo Stato, ma “Nonna Zhang”, ex guardia carceraria che ha fondato una realtà abitata da bambini “colpevoli” di avere genitori con un passato così vergognoso. A raccontare la realtà segreta di questo orfanotrofio è il documentario Waiting for the Sun di Kaspar Astrup Schröder, che il festival Le Voci dell’Inchiesta, in programma a Pordenone fino al 15 aprile, proietta in anteprima nazionale. Kaspar Astrup Schröder ha seguito per due anni le vite di alcuni di questi bambini, mentre i loro destini si incrociano e si aiutano a vicenda, perché non ci sono operatori specializzati a sostenerli nel momento più difficile della loro vita. Il regista non giudica, ma è difficile non chiedersi se la buona volontà di Nonna Zhang sia sufficiente.

Ed è un bambino anche Muhi, il protagonista del film Muhi – generally temporary, presentato in concorso a Le Voci dell’Inchiesta. Muhi ha sette anni, viene da Gaza, ha una rara malattia autoimmune e per questo ha subito l’amputazione delle braccia e delle gambe. La sua condizione di salute l’ha portato a conoscere sia specialisti arabi che ebrei, ma non può tornare a casa dalla sua famiglia poiché il sistema sanitario palestinese è disastrato e incapace di trattare il suo caso. Il piccolo Muhi è diviso tra due mondi che tenacemente e con una contagiosa voglia di vivere tiene uniti, amorevolmente assistito da suo nonno, Abu Naim, e da un volontario israeliano, “Buma” Inbar, un uomo di pace, come lui stesso ama definirsi, che sarà presente in sala per introdurre il film.

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