Gatecrash – La recensione del film in concorso al Noir in Festival

In concorso al Noir in Festival (e in anteprima gratuita su MYmovies), il thriller britannico Gatecrash, diretto da Lawrence Gough e tratto dall’opera teatrale di Terry Hughes

Gatecrash, in concorso al Noir in Festival (e in anteprima gratuita su MYmovies fino alle 19 dell’11 marzo), è «un film di invasione domestica e vendetta ai giorni nostri piuttosto sperimentale». Così lo ha definito il regista Lawrence Gough, già molto attivo tra serie tv (Dr. Who) e cinema (il suo lungometraggio d’esordio, Salvage, è stato premiato al Festival di Edimburgo del 2009), qui alle prese con il testo teatrale di Terry Hughes (adattato con quest’ultimo e Alan Pattinson). E con i temi annosi e angosciosi che pone. Primo fra tutti, quello dei soprusi fisici e psicologici subita da molte donne per mano dei partner.

È Nicole (Olivia Bonamy) il personaggio chiave di questo thriller che si apre col ritorno a casa, in un villino di campagna isolato, della donna insieme al compagno Steve (Ben Cura). Entrambi sono sconvolti: dal loro dialogo capiamo rapidamente che, sulla via del rientro da un party in tarda serata, la loro macchina ha investito un uomo causandone forse la morte. Steve è violento quanto insicuro, aggressivo quanto vigliacco, accusa la donna di aver provocato l’incidente distraendolo mentre era alla guida, la picchia per farsi dare ragione. Ma Nicole è consapevole della terribile verità: Steve ha investito quell’uomo di proposito, mentre stava litigando con lei in macchina, in un altro dei suoi lampi di collera distruttiva che stavolta ha coinvolto un passante casuale. E le conseguenze di questo gesto potrebbero raggiungere ben presto la coppia.

Gough conosce bene il testo di partenza: Hughes lo aveva scritto «mentre frequentavamo la scuola di teatro insieme. E già allora», racconta il regista, «sapevo che sarebbe potuto diventare un grande film. Non sapevo come, ma sapevo che un giorno ne avrei tratto un film». Gatecrash, insomma, si inserisce a pieno titolo nella vasta schiera di opere che mettono in relazione il cinema con il teatro: e, nei suoi momenti migliori, ricorda i grandi esempi recenti del filone (pensiamo a Carnage di Polanski), per la sua capacità di tradurre ed esaltare la tensione drammaturgica valorizzando le risorse del mezzo filmico. Merito in primo luogo del lavoro sull’ambientazione: «Un set molto vasto», spiega Gough, «dove gli attori potevano muoversi liberamente attraverso le varie scene dell’opera».

È la casa-villino (degli orrori) della coppia borghese, infatti, il collettore labirintico delle minacce esterne e interne al malsano ménage. Sfruttando al meglio la mobilità della macchina da presa (fotografia di Mark Nutkins) e inserendo al momento giusto le sinistre musiche di Michael Price, Gough perde e fa perdere i suoi personaggi (e noi con loro), tenendoci col fiato sospeso quasi ininterrottamente per un’ora e mezza.

Peccato però che il congegno scenico-narrativo risenta di qualche inverosimiglianza, e che non tutte le trovate siano portate avanti sino in fondo, come il montaggio della prima parte che rompe in modo quasi onirico-espressionista la continuità e l’ordine cronologico delle sequenze. E, nel percorso della protagonista circondata da maschi violenti (con lei e tra di loro), la conclusione adottata rischia di apparire semplicistica quanto contraddittoria. Nei suoi momenti più riusciti, comunque, Gatecrash riesce ad essere un’efficacissima parabola sulle varie e ambigue sfaccettature del rapporto vittima-carnefice: grazie anche alle ottime interpretazioni degli attori, tra cui spicca Anton Lesser, già noto per il ruolo di Qyburn nella serie Il trono di spade.

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