Noir in Festival – Incontro con il regista Kurosawa Kiyoshi

Sui canali YouTube e Facebook del Noir in Festival, l’incontro con il regista Kurosawa Kiyoshi, Leone d’argento a Venezia 2020 per Wife of a Spy e premiato dal Noir con l’Honorary Award

«Un maestro che ha conosciuto tutti i generi»: così Giorgio Gosetti, condirettore del Noir in Festival, ha introdotto Kurosawa Kiyoshi, il grande regista giapponese di film come Cure, Kairo e il più recente Wife of a Spy, Leone d’argento per la miglior regia all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Kurosawa, a cui il Noir ha conferito l’Honorary Award 2020, è stato protagonista dell’incontro (in collaborazione con l’Istituto Giapponese di Cultura) trasmesso e disponibile dal 10 marzo sui canali Facebook e YouTube del festival. Una lunga, densa conversazione con il critico Raffaele Meale, dove Kurosawa ha spaziato dai suoi film al cinema come mezzo espressivo, condividendo anche riflessioni sul futuro di quest’ultimo nel suo paese d’origine.

Tra le opere al centro della conversazione non poteva mancare il lungometraggio premiato a Venezia (e uscito nelle sale giapponesi a ottobre). Un film rilevante nel percorso del cineasta anche per la sua ambientazione storica (inedita per la filmografia di Kurosawa), tra il Giappone e la Manciuria durante la Seconda Guerra Mondiale, malgrado la vicenda non si svolga sui campi di battaglia. Ciò che infatti interessa al regista non sono le dinamiche belliche ma il conflitto tra individuo e società: «Io credo che una tensione analoga esista anche nel presente, anche se non riesce ad affiorare in superficie, nella quotidianità della metropoli. Dietro all’apparente banalità della vita quotidiana del mondo attuale c’è sempre un rapporto conflittuale tra società e individuo. Ed è questo che volevo descrivere in maniera simbolica».

La guerra comunque «rimane sempre sullo sfondo ed è il tema principale del film», come dimostra tra le altre cose una scena ambientata dentro un cinema, dove vediamo immagini del film Kochiyama Soshun, del regista Sadao Yamanaka, morto al fronte nel 1938 (a soli 29 anni) e molto caro a Kurosawa: «Insieme a Yasujiro Ozu, Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi e Naruse Mikiom è uno dei registi geniali che rappresentano il cinema giapponese». L’intervistato specifica inoltre come Wife of a Spy, a dispetto del titolo, sia tutt’altro che una spy-story convenzionale: «Più che un film di spionaggio, sarebbe più appropriato definirlo un giallo», spiega. Nel film infatti «si evita di mostrare l’essenziale», facendo sorgere dubbi e domande nello spettatore.

Ma questa, a ben vedere, è una caratteristica di tanto cinema di Kurosawa: «Lasciare irrisolta l’essenza dell’enigma, senza svelarla, rimane secondo me un elemento fondamentale dell’espressione cinematografica. Per questo finora ho realizzato tante storie di mistero, dell’orrore, gialli». La predilezione per questi generi e atmosfere affonda le radici nell’infanzia del regista (nato nel 1955), quando le pellicole «con i mostri, Godzilla e compagnia» erano quelle più in voga. «Andare al cinema significava entrare in una sala buia dove su un grande schermo vedevi molta gente che moriva e altre cose terrificanti. Il bello del cinema era proprio l’emozionarsi davanti a queste cose». 

Ma alla base della propensione di Kurosawa ad esplorare la parte più oscura dell’esistenza e dell’animo umano c’è anche un’altra consapevolezza maturata nel tempo: «Nel suo sviluppo», dice il regista, «la società, fondamentalmente, tende a eliminare, a escludere l’oscuro, il pauroso. È una cosa naturale. Quindi oggi, in una città normale, quello che è oscuro o pauroso è relegato ai margini, in modo da rimanere praticamente invisibile, ed è quasi totalmente annullato. È comprensibile che in una città sana succeda questo, ma non significa che questo elemento sia completamente eliminato. Se guardiamo bene, ci accorgiamo che da qualche parte è rimasto. E scopriamo che mettere in rilievo l’oscuro e il pauroso permette di descrivere l’aspetto della società in modo sorprendentemente corretto e nitido».

Nel cinema di Kurosawa l’interesse per il non-detto della società si combina con quello per il non-mostrato dell’immagine cinematografica: «Bisogna pensare a quello che non viene inquadrato, dato che quello che è inquadrato è qualcosa di limitato», sottolinea il regista, «Per questo anch’io lascio spesso qualcosa fuori dall’inquadratura, oppure cancello quello che prima era chiaramente presente». La fragilità che secondo il regista caratterizza l’immagine cinematografica, strutturalmente «debole e ambigua», è messa ben in evidenza dal confronto con la musica: «Anche a occhi chiusi, grazie alla musica, è possibile manipolare le emozioni delle persone. Se poi parliamo di generi cinematografici la musica può determinare l’appartenenza a un genere piuttosto che a un altro». E infatti, confessa il regista, «quando giro un film mi affido molto alla musica e allo stesso tempo sto in guardia nei suoi confronti».

Per Kurosawa, che ha anche girato un film in Francia, Le secret de la chambre noir, c’è qualcosa che accomuna la cinematografia giapponese e quella europea, e in generale tutte le cinematografie diverse da quella statunitense: «In termini molto grossolani, credo che a livello mondiale il cinema si divida tra cinema americano e cinema non americano. Il cinema americano, con tutti i suoi generi, nel bene e nel male regola e determina tanti fattori del cinema mondiale. Tutti noi che non siamo americani, quando ci troviamo a girare un film, finiamo sempre col ragionare su come fare, o come non fare, un film all’americana». Per questo, aggiunge, in Francia «nonostante le differenze linguistiche, chi era impegnato a fare il film, sia la troupe che gli attori, ragionava allo stesso modo che in Giappone, lavorava con un sistema analogo».

Il regista si è soffermato poi sullo stato e sulle prospettive del cinema in Giappone: «Anche se la situazione non è completamente normale, per fortuna i cinema sono aperti, anche se può entrare solo metà degli spettatori». Le produzioni, dal canto loro, «vanno avanti, ingegnandosi a trovare vari modi per prevenire il contagio. Questo significa costi maggiori rispetto al solito e tempi di produzione più lunghi, ma comunque si continua a fare film». Anche se, secondo il regista, il Covid ha reso ancora più dirimente la questione del cinema d’animazione, che per il suo successo di pubblico e la maggiore facilità ad essere realizzato in sicurezza si avvia a diventare il tipo di produzione preponderante a livello locale: «L’anno scorso un film d’animazione ha avuto un successo straordinario. E l’idea che al cinema giapponese ormai basti solo l’animazione, che non servano più i film con attori veri, sta guadagnando molto terreno». A quel punto, chiosa il regista, «per fare film, forse, dovremo andare da qualche parte all’estero».

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