“Malcolm & Marie”, anatomia di un massacro – Intervista al regista Sam Levinson

Sam Levinson dirige Malcolm & Marie, un elegante e spietato dramma da camera in bianco e nero riflettendo su lealtà e tradimento, rapporti di coppia e ambizioni artistiche.

Rapporti di coppia e bombe emotive pronte a esplodere, dipendenze e rivendicazioni femminili. Ma anche cinema e vanità, successo e frustrazione.
Allo scoppio della pandemia Sam Levinson ha chiuso in una casa californiana Zendaya, che aveva già diretto nella serie Euphoria e che rivedremo in Dune di Denis Villeneuve, e John David Washington, reduce dal successo di Tenet, affidando loro i ruoli di un regista e della sua fidanzata alle prese con una resa dei conti sentimentale e artistica.
Abbiamo raggiunto il regista al telefono a Los Angeles.

Che esperienza è stata per lei questo film?

Il lockdown negli Usa è cominciato il giorno prima dell’inizio delle riprese della seconda stagione di Euphoria ed io ero molto preoccupato per la mia troupe, con cui lavoro da tempo. Non volevo perderla e pensavo che se fossi riuscito a scrivere qualcosa avrei permesso a tutti noi di tornare a lavorare insieme, in sicurezza. Zendaya mi chiedeva di girare un film a casa sua e allora ho cominciato a pensare a diverse possibilità.
Prima di tutto la struttura: una location e due attori che non lasciano mai la casa, dove abbiamo girato per 14 giorni. Potevamo girare solo a Carmel, in California, dove non hai bisogno di permessi. Poi sono passato alla storia chiedendomi quale fosse una cosa terribile da fare a qualcuno. Per esempio dimenticare di ringraziare il partner alla premier di un film, cosa che è capitata a me. Nella realtà non c’è stata lite così furibonda, ma pensavo che questo incidente potesse essere il giusto punto di partenza per scoprire poco a poco i molti segreti della coppia.

MALCOLM & MARIE (L-R): JOHN DAVID WASHINGTON as MALCOLM, ZENDAYA as MARIE. DOMINIC MILLER/NETFLIX © 2021

Nel film una recensione fa infuriare Malcom. Qual è il suo rapporto con la critica?

Credo sia fondamentale per il nostro lavoro. A frustrarmi non sono le critiche, ma alcune domande a proposito delle motivazioni che spingono i registi a raccontare certe storie. Il mio desiderio è quello di non essere liquidato con superficialità. Le argomentazioni di Malcom non sono totalmente condivisibili, e c’è Marie a bilanciarle.

Nel film si parla de “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo. Conosce il cinema italiano?

Non posso dire di essere un esperto, ma lo amo molto e “La battaglia di Algeri” è uno dei migliori film di guerra di tutti i tempi. “La notte” di Antonioni ha avuto una grande influenza su questo film, mi ha spinto a cercare il mistero della vita sotto la superficie, quello che di mistico accade intorno ai personaggi nel loro isolamento.

Con Malcom & Marie prosegue la sua esplorazione di temi già affrontati nei film precedenti.

In realtà mi piacciono i personaggi, le dinamiche interpersonali e la complessità di scelte con le quali non sono necessariamente d’accordo. Ma amo osservare anche come i media riescano a distorcere la realtà trasformando le cose vere in non vere. Sono questi i temi intorno ai quali preferisco gravitare. Alla fine i film sono un mezzo potente per entrare nei panni di qualcun altro: ti siedi e accedi a un mondo completamente diverso dal tuo.

Perché Zendaya e John David Washington sono perfetti per il film?

Zendaya ha un talento enorme che mi spinge a dare il meglio di me. La prima persona che mi è venuta in mente per il ruolo di Malcom è stato John David Washington, che conoscevo attraverso sua sorella, Katia, produttrice, con cui avevo lavorato in Assassination Nation.
So che razza di forza della natura sia Zendaya e ci voleva una persona capace di tenerle testa e la voce di John è l’unica che sentivo. Gli ho fatto leggere alcune pagine e poi ho continuato a scrivere per lui. L’intesa che si è creata tra loro è perfetta.
Date le circostanze, era importante che potessimo contare su una sorta di famiglia e che gli attori si fidassero l’uno dell’altra per dare il meglio.

Come vi siete preparati?

Abbiamo provato per una dozzina di giorni in un parcheggio, in quarantena, poi abbiamo letto lo script insieme, quando siamo arrivati sul set. Quando scrivo per un attore cerco di trovare qualcosa di vero in me stesso da offrire al personaggio, lavorando poi con l’interprete per fare in modo che funzioni e che sia onesto per tutti. Abbiamo lavorato su ogni frase e tre giorni prima delle riprese ho scritto le ultime 30 pagine pensando anche alle conversazioni che avevamo avuto durante le prove.

Perché la scelta del bianco e nero?

Volevo prendermi una pausa da tutti i colori di Euphoria e non ero interessato a fare del realismo sociale. Pensavo a film come La notte di Antonioni, Il servo di Losey, Chi ha paura di Virginia Wolf? di Nichols ed ero stupito da quanti pochi attori neri abbiano lavorato in film in bianco e nero. Ho pensato anche che fosse interessante perché parliamo dell’essere un artista nero a Hollywood, e mi sembrava di tornare alla vecchia Hollywood, inquadrando però in un modo diverso attori così carismatici, ricchi di vita ed energia.

I tre momenti di crisi corrispondono ai canonici tre atti?

Penso di si, ma non sono fissato con la struttura, non scrivo pensando a quella perché l’idea di seguire un percorso prestabilito rischia di bloccarmi. Ho trascorso moltissimo tempo guardando film e forse ho assorbito delle regole, ma lascio sempre che la storia trovi il proprio percorso da sola. Credo davvero che i personaggi siano la storia.

È deluso dal mancato arrivo del film in sala?

Sono cresciuto andando al cinema, c’è qualcosa di molto speciale nell’essere in una sala, con il cellulare spento, attenti, concentrati. Ma stiamo vivendo tempi molto imprevedibili e il fatto che Netflix riesca a raggiungere milioni di persone in tutto il mondo ha dell’incredibile.

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