VIAGGIO ESCLUSIVO NEL REGNO SEGRETO DI ETTORE SCOLA A CINECITTÀ

Trent’anni anni fa la prima edizione del Ciak d’oro: a vincere come miglior film fu Speriamo che sia femmina di Monicelli, il logo e la targa del premio erano diversi, il mitico ciakkino della testata del mensile sbalzato in oro, la scatola con chiusura a scatto come si usava un tempo e che una volta si ruppe proprio in mano a Roberto Benigni.
Trent’anni anni dopo, come vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi, abbiamo invaso Cinecittà per la nostra grande festa di premiazione. Fasto. Maestosità. Ma basta svoltare l’angolo, come c’è capitato di fare durante i sopralluoghi per la cerimonia, ed ecco apparire l’altra faccia del cinema, una casetta piccola così, nascosta dalle piante, nulla di colossale. È lo studio EL, Ettore (Scola) e Luciano (Ricceri), la tana di quattro stanze, insieme archivio e rifugio, in cui il regista e lo scenografo hanno lavorato fianco a fianco, limando oggetti di scena e sceneggiature.

Lì dentro, da due anni Nevio De Pascalis e Marco Dionisi, giovanissimi, lavorano a riordinare, spostare e spolverare per la Mostra che si terrà a palazzo Bilotti dal 16 settembre e che Ettore prima di morire aveva affidato nelle loro mani. Li abbiamo seguiti in un sabato pomeriggio deserto e affollato, svoltato sui ciottoli di Gangs of New York e dell’antica Roma, per infine sprofondare in un pezzo di storia fantastica del nostro cinema . E tra le altre cose abbiamo scoperto che Ciak in quelle stanze piene d’arte e sorrisi è un grande protagonista. Tra la macchinina rossa a pedali di La famiglia appoggiata nel cucinotto e i modellini di Capitan Fracassa sui mobili recuperati dai set dei film di Ettore, ecco i MiniCiak, librettini minuti minuti che andarono a ruba, la raccolta della schede cartonate, le annate del nostro giornale, i numeri speciali, tutto ordinatamente conservato. Spunta su un muro il Ciak d’oro originale assegnato esattamente 25 anni fa nel 1991 a Odette Nicoletti per i costumi de Il viaggio di Capitan Fracassa, ma anche l’Orso d’argento alla regia vinto a Berlino per Ballando Ballando.

Siamo in un angolo perduto dell’immensa Cinecittà, alle spalle delle monumentali scenografie ancora in piedi, ma qui dentro nulla è retorico, si avverte lo sberleffo e la magia artigianale nel modello in scala della strada di Concorrenza sleale costruito da Ricceri, mentre a poca distanza ciò che resta della via a grandezza reale cade a pezzi. Ci sono tutte le raccolte del Marc’Aurelio dove Scola iniziò la sua carriera disegnando, i cassetti traboccano di soggetti, disegni, immagini, sceneggiature, vecchie valigie nascondono probabilmente tesori. Lo sguardo scorre sui vinili delle colonne sonore, sugli oggetti di scena, cappelli e modellini. Infine, ecco la stanza archivio, di un’epoca perduta prima del digitale, interamente foderata di raccolte editoriali, giornali di tutto il mondo rigorosamente ordinati in classificatori che custodiscono tutto ciò che sul grande Ettore è stato scritto.

Oggi tutto questo, e molto altro, diventerà una mostra grazie a questi ragazzi appassionati a cui Scola stesso aveva affidato la cura. Andremo a visitarla, ma non sarebbe bello che questo luogo che pochi conoscono, ai margini di quella Cinecittà dove si accumulano come ferrivecchi le scenografie in vendita ai turisti (teste di statue antiche, cavalli in gesso), entrasse di diritto a far parte degli itinerari aperti al pubblico? Un laboratorio artigianale che brucia di memoria, più vivo dei musei del cinema, di quelli esistenti e di quelli in divenire, una scoperta che vale una visita guidata nel cuore del nostro cinema.

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