Qui rido io – La recensione

In sala dal 9 settembre Qui rido io, il nuovo film di Mario Martone in concorso a Venezia 78, con Toni Servillo nei panni del grande attore e commediografo Eduardo Scarpetta

«Com’è la sala?», chiede Eduardo Scarpetta (Toni Servillo) prima di entrare in scena. «Come sempre, piena», gli viene risposto nella prima sequenza di Qui rido io, il film di Mario Martone in concorso a Venezia 78 e dal 9 settembre in sala per 01 Distribution. Siamo nell’Italia di inizio Novecento, e il grande commediografo, capocomico, patriarca partenopeo è al culmine del successo. Il suo Felice Sciosciammocca ha soppiantato Pulcinella nel cuore del pubblico, la sua famiglia di mogli, amanti, figli legittimi e illegittimi (tra questi ultimi, i fratelli De Filippo) è la sua compagnia teatrale. Ma, come per ogni apice, è anche l’inizio della crisi: tra eredi recalcitranti a perpetuare passivamente l’impero paterno, pezzi del mosaico di congiunti difficili da (ri)comporre (come il piccolo Peppino, cresciuto a balia e poco propenso a integrarsi col resto degli Scarpetta) e soprattutto il demone del tempo che passa.

«Ma come, voi che sapete ridere su tutto, non sapete ridere sul tempo che passa?», domanda Benedetto Croce (Lino Musella) a Scarpetta. Il quale, forse, ha voluto soprattutto sfidare l’Italia che cambia volto e tecniche («È arrivato pure il cinematografo! Mi volete fare impazzire!», grida a un certo punto) parodiandone il “Vate” Gabriele D’Annunzio. Il figlio di Iorio, riscrittura comica della dannunziana Figlia di Iorio, è l’inizio di una guerra non solo giudiziaria ma anche comunicativa tra Scarpetta e D’Annunzio. I Ferdinando Russo e i Salvatore Di Giacomo, seguaci del poeta pescarese, interrompono la rappresentazione della parodia gridando «viva l’arte italiana! Abbasso i contraffattori!». Scarpetta ha ragione da vendere, ma tanti, troppi indizi pubblici e privati suggeriscono che non è più il suo momento.

Celebrazione e decostruzione del protagonista si contaminano e cedono a più riprese la scena nel racconto di Martone (anche stavolta alla sceneggiatura con Ippolita Di Majo). Ma l’elogio di Qui rido io, più ancora che per l’uomo, di cui mette in evidenza le contraddizioni, è per l’arte e il mestiere d’attore. Anzi, d’attori, in un film che malgrado la verve di un Toni Servillo all’apice, è intrinsecamente pluralista nel felice concerto di interpreti diversi per generazione e background nell’immaginario (da Cristiana Dell’Anna a Gianfelice Imparato e Maria Nazionale, passando per i camei eccellenti di una Iaia Forte o di un Francesco Di Leva). E che pare davvero la sintesi di tutti i principali motivi del Martone (non solo) cinematografico: dalla realtà napoletana (ri)evocata nel corso degli anni (e secoli) al cortocircuito tra cinema e teatro.

Se da questo punto di vista il parente più prossimo del film pare il (post-)eduardiano Sindaco del Rione Sanità, non è meno rilevante il filo che unisce Qui rido io con i precedenti Il giovane favoloso e Capri Revolution: tasselli di una riflessione sull’arte nell’Italia a cavallo tra XIX e XX secolo dove l’atto creativo si confronta col peso della Storia e i dilemmi della politica. E che pare aver trovato proprio nel canto del cigno di Scarpetta la sua grandiosa coronazione.

A partire dalla prima, memorabile sequenza con la messa in scena di Miseria e nobiltà, giocata sull’incastro (montaggio di Jacopo Quadri) fra tre mondi differenti e comunicanti, quello sul palcoscenico, quello del pubblico e quello dietro il palcoscenico, a rimarcare la vivissima complessità di una parabola (e di un lavoro) dove finzione e realtà non possono darsi separatamente. Proseguendo con una parte centrale che, da centripeta, si fa intelligentemente (e rischiosamente) centrifuga, restituendo la perdita del controllo del padre-marito-attore-autore sul (suo?) mondo. Una frammentazione necessaria all’estrema rivincita finale: dell’arte sul labirinto politico-burocratico che la vuole censurare, dell’artista popolare sull’artista (del potere) che parla del popolo. Dell’uomo sul tempo. Che non può essere aggirato, ma forse può essere sconfitto. Il cinema, in questo senso, si rivela un formidabile (e, trattandosi di Martone, neanche troppo inatteso) alleato del teatro.

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