Un mattatore con un’arma in più: la sua romanità

Per provare a cucire un abito davvero adatto a un ritratto di Gigi Proietti, attore e regista universale, capace di far ridere alzando appena un sopracciglio e di reinventare Shakespeare, prodursi in straordinarie regie teatrali e di formare nei suoi laboratori due generazioni di attori, o scrivere testi lucidissimi sui tic del nostro tempo, non si può non fermarsi a riflettere su un dato caratteristico del suo profilo, che è probabilmente tra i motivi dell’affetto che oggi un intero Paese scopre di aver sempre avuto nei suoi confronti.

Quel dato, quella stoffa da usare, è la sua romanità. Una romanità autentica, antica, popolare, smagata, carica di ironia e a tratti cinica, ma poggiata come su una trave invisibile e solidissima, fatta di umanità, di compassione, di disponibilità a comprendere le imperfezioni del prossimo, ad aspettare le persone più deboli, meno fortunate, magari proprio mentre le si prende in giro per le loro fragilità.

“Mi piace l’ironia dei romani di una volta”, era il suo refrain di uomo in realtà estremamente colto. E man mano che la sua bravura anche tecnica si consolidava, in Proietti ha brillato sempre più anche quell’altra capacità tutta romana, di fotografare con una battuta ironica i tratti e le persone speciali in un mondo deludente e quasi sempre normale, trovandole non tra gli eroi ma tra i poveracci, e di sentirsi imperfetti ma in grado di risolvere sempre, con un guizzo, un’arguzia, una battuta, una trovata, le situazioni più difficili. Di essere insofferenti delle regole, a volte persino scaltri nell’aggirarle, ma intimamente onesti, e rispettosi degli spazi e delle aspettative degli altri.

Quella romanità, tratto saliente di una cultura popolare forse in via di estinzione in un mondo che va globalizzandosi anche nelle radici, lasciando sul territorio solo cadenze diverse nel modo di parlare, al di fuori delle pellicole cinematografiche inizia a farsi spazio e brillare nel suo straordinario A me gli occhi please, One man show (tra i primi in Italia) che dalla seconda metà degli anni ’70 riempie cento e cento volte i teatri e le arene di tutta la Penisola. E quel suo stile che usa una battuta per far trasparire appena una convinzione, il sarcasmo per notare, ‘’vestire” di normalità un principio assoluto (libertà, solidarietà, rispetto, comprensione per chi si arrangia ma critica a tratti feroce e però sempre affidata a una battuta, per chi invece dovrebbe comandare e lo fa male), dopo qualche fatica irrompe anche in tv, nel celeberrimo Maresciallo Rocca, che sfata a metà anni ’90 pure una stranissima convinzione che iniziava a farsi spazio nel mondo televisivo italiano dopo qualche show di non grandissimo successo: quella che Proietti, pur bravissimo, non riuscisse a ‘’bucare’’ lo schermo.

Con “Rocca”, invece, tra il 1996 e l’inizio degli anni Duemila, lo buca eccome (per ironia della sorte, proprio negli anni del ritornello imperante su Roma Ladrona che copre di fango le stanze del potere ma di schizzi anche l’insieme della cultura popolare espressa dalla città). Anzi, lo travolge: batte tutti i record di ascolto, e di affetto. Lui a un certo punto ne fugge, per dedicarsi al “suo” Globe Theatre sorto nel cuore di Villa Borghese all’epoca sfregiato da una discarica. E alle regie, alla scrittura, ad altri show in solitaria.

Anche quando gli chiedono di spendere la sua popolarità al servizio di buone cause -l’abrogazione della legge sul divorzio negli anni ‘70, con quello spot in cui sorridendo ripete decine di volte solo una parola: “No”. Ma anche varie campagne per Roma pulita –  usa proprio il sarcasmo romano per fare centro. Indimenticabile quel suo spot accanto a un grande cassonetto con lui che, finita di mangiare tranquillamente una pizza da asporto, guardando prima le cartacce che ha in mano, poi proprio il cassonetto, chiosa ridendo: “Levatemelo di mezzo altrimenti ce le butto dentro, eh?!”

E non è un caso se in un mondo del cinema dominato dal dialetto romano, forse persino troppo presente e invasivo negli oltre cento titoli l’anno che raccontano il Paese, sia toccato proprio a lui, tra decine di candidati (e l’unica reale alternativa poteva essere il più giovane Carlo Verdone), celebrare l’altro ‘’romano universale’’ del nostro cinema: Alberto Sordi.

Oggi quel suo ‘’sonetto’’ letto in diretta tv davanti a oltre centomila persone nel giorno dei funerali dell’Albertone nazionale nel febbraio 2003, sembra proprio quell’abito (di alta sartoria) adatto a vestire anche la storia del figlio di emigrati dell’Alto Lazio e dell’Umbria che lasciò gli studi di Giurisprudenza a pochi esami dalla laurea per attraversare 60 anni di spettacolo italiano, ottenendo un giorno dopo l’altro la cosa più importante per un vero romano: il rispetto. Di tutti.

Io so’ sicuro che nun sei arrivato ancora da San Pietro in ginocchione,

a mezza strada te sarai fermato a guarda’ sta fiumana de persone.

Te rendi conto sì ch’hai combinato, questo è amore sincero, è commozione,

rimprovero perché te ne sei annato, rispetto vero tutto pe’ Albertone.

Starai dicenno: ma che state a fa’, ve vedo tutti tristi nel dolore

e c’hai ragione, tutta la città sbrilluccica de lacrime e ricordi

‘che tu non sei sortanto un granne attore, tu sei tanto di più, sei Alberto Sordi”.

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