Oscar 2018, il red carpet diventa impegnato: le mosse degli stilisti

Tutto è cambiato o tutto resta uguale dopo il BLACK carpet dei Golden Globe e dei Bafta e quello ALL WHITE dei Grammy in supporto di #MeToo e Time’s Up? Il mondo della moda si inquieta in fase pre-Oscar, per gli stilisti che hanno costruito un universo attorno a quella leggendaria striscia di velluto rosso la vita è un po’ più complicata, anche se gli affari sono affari e Armani, Gucci, Prada e Versace non smettono di rincorrere le grandi star.

Ma il mood è decisamente cambiato, occuparsi dell’abito è diventato preoccuparsi del messaggio, oggi si chiama “New Woke Red Carpet” (insomma, più cosciente e sveglio!), basta trionfali markette di fronte alle tv. Beyoncè ha saltato il carpet dei Grammy per boicottare E! Entertainment, la casa madre della trasmissione pre-Oscar E!’s Fashion Police che raccontava marchi e strategie della moda e che per la prima volta, nel segno di #AskMeMore, è stata cancellata dal palinsesto.

Millie Bobby Brown ai SAG Awards 2018
Millie Bobby Brown ai SAG Awards 2018

L’epoca dei commenti fashion è al tramonto. Salgono nelle quotazioni giovani stilisti e brand mai sentiti, come Lingua Franca che ha inventato il cachemire ricchissimo ma con scritte impegnate come Poverty is Sexist (lo indossava Connie Britton ai Golden Globes) o con i nomi delle candidate registe ai Golden e agli Oscar (splendida quella rossa indossata da Tessa Thompson) o Prabal Gurung che ha trionfato, pur senza intervista marchetta pre-show, grazie ai social e al sensazionale vestito nero di Issa Rae sempre ai Globes. Alla ditta Ralph e Russo, scrive The Hollywood Reporter, l’abito metallo di Lupita Nyong’o ai SAG Awards ha fruttato 713 milioni di visualizzazioni Instagram per un valore promozionale pari a oltre 13 milioni di dollari.

Connie Britton con la maglia di Lingua Franca “Poverty is Sexist”

Le vie dei brand sono infinite. Millie Bobby Brown ha fatto un botto indossando le converse sotto l’abito da sera Calvin Klein ai SAG Awards e Reese Whiterspooon ha ordinato 20 costosissime maglie Lingua Franca con la scritta Time’s Up, mentre ci si strappa di mano la classica t-shirt We Should All Be Feminists di Maria Grazia Chiuri per Dior e pure quella The Future is Female di Gurung.

Maria Grazie Chiuri e la sua T-shirt per Dior

Insomma è il momento giusto per riscoprire la pioniera della t-shirt impegnata, Katharine Hammett, che nel 1984 strinse la mano a Margaret Tatcher indossando una lunga maglietta con la scritta “58% don’y want Pershing”, contro il missili nucleari americani. A Londra il Fashion and Textile Museum racconta i fasti delle magliette dal punk a Vivienne Westwood ad oggi, fino ai celebri pezzi-slogan della Hammett (Save Our Seas, Climate Control, Choose Life), vere e proprie creazioni impegnate che in edizione capsule potete scoprire su Matches-fashion.com. Intanto vediamo cosa inventeranno, fra pochissime ore, le donne sul tappeto rosso più ambito del mondo, quello dell’Oscar per protestare, dissentire, farsi sentite e, obviously, farsi notare. Che non guasta mai.