Peninsula – La recensione

Il nuovo capitolo della saga zombie di Yeon Sang-ho è la perla “di genere” della Festa del Cinema di Roma: l’anno prossimo in sala per Tucker Film

Sono ormai quattro anni che la Corea è in quarantena: no, non per il Covid. Perché in Peninsula (di Yeon Sang-ho), tra i selezionati per Cannes 2020 e in anteprima a Roma (distribuirà in sala, nel 2021, Tucker Film), c’è un’epidemia di zombie, in grado di contagiare al primo morso. Chi ha fatto in tempo a fuggire dalla “Penisola”, però, non se la passa comunque troppo bene: tra questi, c’è l’ex soldato Jung-seok (Gang Don-won), che trascina la sua vita da rifugiato a Hong Kong, mal visto in quanto proveniente dal Paese “infetto”. E con così poco da perdere da accettare di imbarcarsi, con altri disperati, in una rischiosa (ma remunerativa) missione per conto della malavita locale: tornare nella Corea infestata e recuperare un camion pieno di soldi, rimasto abbandonato in quella terra di nessuno dove il denaro non serve più a nulla.

Rivelare di più sulla trama sarebbe fare un torto (più del solito) agli spettatori: tanta è la cura e l’abilità del regista (anche sceneggiatore) nel costruire una vicenda e un mondo (quello della Corea post-apocalittica in cui ci si muove per gran parte del film) fitto di personaggi, colpi di scena e dettagli mai casuali. Basti sapere che, come nei precedenti due capitoli della saga zombie di Yeon, il pericolo maggiore non sono la massa umana di non-morti, ma gli esseri umani superstiti con la loro crudeltà, avidità, stupidità. In questo, Yeon si aggancia alla miglior tradizione del genere, a partire dai classici di George A. Romero come La notte dei morti viventi e (qui ancora di più) l’antimilitarista Il giorno degli zombi.

Come in Romero, l’horror si fa satira sanguinolenta di una società cinica, indifferente e diseguale, adattata al presente e soprattutto al gusto del cinema sudcoreano per la contaminazione e gli sbalzi di registri e toni. Si passa fluidamente dalla tensione di un action adrenalinico all’ironia di una commedia nerissima, fino al pathos di un melodramma familiare. A tenere insieme il tutto, oltre al gusto per lo spettacolo e il racconto, una tensione etica che, proprio grazie al filtro “di genere”, non si fa mai eccessivamente retorica e didascalica. Se si accettano le premesse macabre del filone, infatti, ci si diverte (anche molto) ma si riflette non meno su un mondo (il nostro) che ha smarrito i suoi riferimenti morali e abbandona soggetti e categorie sociali fragili.

Era così anche nel primo capitolo della trilogia, Train to Busan (2016), seguito nello stesso anno dal più cupo prequel animato Seoul Station, dove assistevamo all’alba e al rapido diffondersi dell’epidemia. Stavolta, però, Yeon sembra alzare ancora la posta, anche rispetto ai riferimenti cinefili. Vengono in mente, tra gli altri, Mad Max: Fury Road e soprattutto il Carpenter di 1997: Fuga da New York, anche nel giocare visivamente su uno scenario metropolitano distopico e notturno: notevole, in questo senso, il contributo del direttore della fotografia Lee Hyung-deok che, spiega il regista, «ha utilizzato una tecnica nota come “Day for Night”, con cui le scene notturne vengono girate alla luce del giorno».

Si gioca, insomma, dalle parti del più inventivo cinema di genere (anzi: di generi) che si fa discorso intelligente sulla contemporaneità. Tracciando (senza pretendere di farlo) le coordinate per un’epica a misura dell’immaginario odierno: perché Peninsula (e la saga di cui fa parte) è prima di tutto la parabola di una società che sprofonda nella «barbarie» (per citare ancora Yeon) e della possibilità di rifondarla su basi diverse. Non a caso, come nel precedente Train to Busan, abbiamo un protagonista che deve redimersi e dei bambini (anzi, delle bambine) cui è affidato l’onere simbolico di testimoniare un possibile rilancio, dalla catastrofe, dei valori sociali e umani fondamentali. A partire da quello di non lasciare indietro nessuno.

VOTO: ★★★★

Emanuele Bucci