Perché, due anni dopo, Robin Williams continua a mancarci

Quanto ci manca Robin Williams. E quanto ci mancano l’avvocato Peter Banning, il professor John Keating, il doppiatore Daniel Hillard. Nonché Peter Pan, le poesie di Walt Whitman, la tata Euphegenia Doubtfire. Perché senza di lui, sembrano più lontani anche i suoi personaggi. Sono passati due anni da quel drammatico undici agosto. Per chi era bambino nei primi anni Novanta ed è cresciuto con Hook – Capitan Uncino, L’attimo fuggente e Mrs. Doubtfire la notizia della scomparsa di Williams è stato un groppo in gola, un ricordo malinconico di quando il cinema era ancora vissuto come una sorpresa e ridere era un antidoto alla crescita, allo spettro dell’età adulta. Perché ridere e far ridere, per Robin, era un atto di ribellione. Contro la dipendenza alla cocaina, di cui era schiavo negli anni Ottanta. Contro la perdita dell’amico e “compagno di sbronze” John Belushi, che l’eroina si era portato via troppo presto in quella tragica festa del 4 marzo 1982 all’hotel Chateau Vermont. Contro la fine dell’amore.

Robin e il suo doppio. Robin e il comico, il genio della stand-up comedy, l’istrionico e irrefrenabile mattatore. Ma anche Robin e gli anni bui, la depressione, quel malessere esistenziale che nasconde irreversibilmente chi è destinato a indossare la maschera del clown. Non avremmo mai voluto che finisse, anche se per molti erano anni ormai che frasi come “dov’è finito Robin Williams?” oppure “ti ricordi che belli i film con Robin Williams?” esprimevano la consapevolezza che qualcosa fosse già terminato, che il cerchio si fosse già chiuso nel momento in cui la nostalgia ha cominciato a prevalere sull’innocenza della risata. Nel momento in cui non abbiamo più riso per la semplice gag in sé e per sé, hic et nunc, ma per il ricordo di un tempo in cui eravamo così ingenui da divertirci e commuoverci per i bambini sperduti, per la Setta dei Poeti Estinti, per un “mammo per sempre”.

In questo caso, è permesso dire che il lato oscuro non è poi così interessante. Rispetto a colleghi entrati nel mito soltanto dopo la loro tragica o spettacolare scomparsa, Robin Williams non ha mai avuto bisogno di una beatificazione post-mortem per avere la garanzia che ci saremmo ricordati di lui per il resto dei nostri giorni. Nessun altro comico, attore, uomo è stato in grado di passare indifferentemente da monologhi di rara trivialità a film per famiglie di avvolgente protezione, da spettacoli intitolati “Weapons of Self-destruction” (Armi di autodistruzione) all’incarnazione mimetica di Hunter “Patch” Adams, il medico che gira gli ospedali di tutto il mondo per combattere malattie e abbandoni. Con la risata, quella più scatenata e rumorosa possibile.

E così Robin Williams sarà ricordato. Riguardando i suoi film, perché quelli sopravviveranno anche a noi stessi. Ridendo con lui, ma soprattutto proteggendo nel nostro cuore quei momenti di innocenza che sono destinati a esaurirsi sempre più con il passare del tempo. E quando li avremo esauriti, solo allora penseremo alle parole del Campanellino di Julia Roberts: quando non saremo più capaci di ridere, avremo ancora quella terra di nessuno tra il sogno e la veglia per ritrovare, e riabbracciare, Robin e i suoi Peter, John, Daniel.

Emiliano Dal Toso