PERICLE IL NERO

Liegi. Scagnozzo di Don Luigi, l’orfano – introverso e passivo sino all’abbruttimento morale – Pericle è incaricato di sodomizzare quelli che infastidiscono il suo capo, pizzaiolo camorrista: «non devo far male, devo solo svergognare». Ma nel corso di una missione punitiva nei confronti di un parroco le cose prendono una bruttissima piega. Nella sacrestia viene riconosciuto da una anziana signora e Pericle la tacita colpendola e lasciandola insanguinata e esanime al suolo. Il fatto è che la donna è la sorella del potente boss rivale Don Gualtiero. Pericle allora fugge, a Calais, ignorando che le cose non stanno proprio come immagina e come gli hanno raccontato. Intanto lì conosce una donna, Anastasia, separata e madre, che campa lavorando in una panetteria ma sognando di aprirsene una tutta sua, a Tolone. Ma ci vogliono i soldi.

Bel team di produzione (ci sono i Dardenne, Alain Attal e Raicinema) per un progetto coltivato anche da Abel Ferrara ma finalmente portato sullo schermo dalla volontà di Riccardo Scamarcio e affidato a Stefano Mondini (suo l’interessante Acciaio del 2012). Rispetto al bestseller (anche internazionale) di Giuseppe Ferrandino (del 1993, prima Granata Press, poi Adelphi), sono tante le differenze, a partire dall’ambientazione traslocata dall’Italia al Belgio e la Francia. Il tono, specialmente, da hard boiled anche sarcastico qui si trasforma in un noir (a volte più un “gris”!) melanconico e sobrio sino a rischiare in certi punti il dimesso. Notevole la capacità del regista di sposare le atmosfere esterne (in questo senso il Belgio e il mare del Nord aiutano e molto) con quelle interne dell’animo del protagonista, loquace soprattutto nel commento in soggettiva fuori campo. Riccardo Scamarcio si dà completamente al personaggio, con buonissimi risultati (anche se inevitabilmente lo “ingentilisce” – per quanto è possibile – forse con un tocco di simpatia in più del necessario), così come una inappuntabile Marina Fois. A sfavillare (giudizio personale) sono però soprattutto le sontuose, magistrali performances di due mature creature da palcoscenico: quelle di Gigio Morra e Maria Luisa Santella costituiscono infatti quasi uno spettacolo da godere a parte.