Pesaro festeggia “l’umanista” Roberto Rossellini

A.D. 2017. Definire un artista/intellettuale/cineasta un “umanista” suona un po’ bizzarro (se va bene) o addirittura positivamente “scandaloso” (e andrebbe meglio). Chi può oggi, in perfetta buona fede, definirsi (o definire qualcuno) più tale? Eppure, a 40 anni dalla sua scomparsa, Roberto Rossellini, cioè la sua immagine culturale, indossa ancora l’armatura gloriosa, quasi mistica, dell’umanista, rammentando soprattutto la sua fede incrollabile nell’Uomo, nella sua capacità di superarsi e di trovare nei momenti più bui il meglio di sé. E’ questo il senso etico e programmatico del suo fare cinema, del suo essere intellettuale nel suo tempo e che ha attraversato fascismo, resistenza, ricostruzione, guerra fredda, boom economico, ’68 con la mente accesa del letterato impegnato e (diciamo anche) l’indolenza e una certa furberia praticona dell’uomo di mondo romano.

Pesaro, durante quella Mostra Internazionale del Nuovo Cinema (giunta felicemente alla 53ma edizione, dal 17 al 24 giugno) di cui è stato agli albori nume ispiratore e tutelare – e già omaggiato nel 1984 con uno specifico Evento Speciale (con tanto di fondamentale raccolta in volume dei suoi scritti e pensieri teorici: Il mio metodo, Marsilio editore, a cura di Adriano Aprà) – lo ha ricordato con un’antologia di alcuni suoi capolavori, rappresentativi dei momenti apicali della sua lunga e a volte tribolata carriera artistica: Roma città aperta e Paisà (1945 e 1946, ovvero la nascita del neorealismo), Europa ’51 (1952, che faceva parte di una trilogia spirituale-esistenzialista realizzata con la sua celeberrima compagna a quel tempo, Ingrid Bergman; gli altri due erano Stromboli e Viaggio in Italia), India (1958, tra docu e fiction, riflessione allargata e personale sulle contraddizioni di una importante e popolosa nazione emergente), La presa del potere da parte di Luigi XIV (1966, realizzato per la tv francese, un lavoro quasi seminale per riformulare le relazioni tra Storia e spettacolo) e Cartesius (1973, una delle sue serie tv a puntate che nascevano dal desiderio di fare del piccolo schermo una sorta di finestra didattico-enciclopedica, una visione che l’esplosione della tv privata avrebbe scaraventato fuori dall’orizzonte ottico, ma cui, volendo, certe reti specializzate forse ancora oggi nelle loro produzioni fanno riferimento).

Inoltre, hanno completano il menù: una tavola rotonda rosselliniana alla presenza di critici e studiosi e una mostra fotografica di immagini da Il Generale della Rovere. Insomma, riprendendo da un saggio di Fulvio Baglivi nel catalogo che opportunamente lo ha citato, come afferma Gianni Amico in Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci: “non si può vivere senza Rossellini”. Sarebbe bene che tutti coloro che amano il cinema che ricerca il vero piuttosto che il bello, non se lo dimenticassero mai.