Pet Sematary, il capolavoro di Stephen King torna al cinema e non smette di fare paura: la recensione

Pet Sematary

Pet Sematary Usa, 2019 Regia Kevin Kölsch, Dennis Widmyer Interpreti Jason Clarke, Amy Seimetz, John Lithgow Distribuzione 20th Century Fox Durata 1h e 41′

In sala dal 9 maggio

LA STORIA – “Ah, quanto è bella la campagna!”. Almeno è quel che pensa il dottor Louis Creed mentre trasloca la famiglia, composta da consorte Rachel e pargoli Ellie e Gage, da Boston a Ludlow, nel Maine: “Potrò passare più tempo in casa, con i figli e una mogliettina casalinga!”, In realtà il bosco che circonda la magnifica villona che ha comperato, nasconde un inquietante segreto. C’è un cimitero per gli animali su cui la gente del luogo non ama scherzare e più in là, superando una impervia catasta e inoltrandosi per sentieri tra paludi e monti, un terreno ancor più sinistro. Sarà il buon vicino Jud Crandall a introdurre lo scettico medico ai misteri del posto: “La barriera non è fatta per essere abbattuta” e poi: “Lassù c’è qualcosa che riporta indietro chi se n’è andato”. E Louis se ne servirà, prima per il gatto travolto da un camion e poi…solo che quelli che effettivamente tornano indieto non sono esattamente come prima.

L’OPINIONE – Correva l’anno 1983, in piena e florida era Reagan, quando Stephen King scrisse questo capolavoro horror, su un tema tipico di quegli anni, la famiglia americana minacciata da quel che viene da fuori. Nel 1989 divenne per la prima volta film – in Italia uscì col titolo di Cimitero vivente – regia della allora emergente Mary Lambert, con il mai emerso del tutto Dale Midkiff come protagonista (e i Ramones nella colonna sonora!). Ebbe dignitosissimo successo (tanto che non si fatica a ricordarlo ancora oggi) e questo sulla carta è più che un ambizioso remake. A cominciare dagli attori, decisamente più noti: Jason Clarke (recentemente in La conseguenza), Amy Seimetz (Alien: Covenant) e la gloriosa quercia John Lithgow, un po’ indebolita dagli anni in cui lavorava per De Palma o della nomination agli Oscar per Il mondo secondo Garp e Voglia di tenerezza. Del resto, come sottolineano i titoli di testa, il film è solo basato sul libro di King e le differenze narrative, anche dall’altro horror, sono svariate (ma che qui non riveleremo).

Piuttosto, se gli antecedenti giocavano molto sul terrore che minava l’equilibrio della famiglia, pilone cardine di tutto il sistema orgogliosamente reaganian-liberista dominante all’epoca (e di cui King era fiero critico), qui ci sembra si lavori molto di più sul tema ossessione della fine/paura dell’aldilà. Jason è agnostico, se non ateo (“Tu non credi che ci sia qualcosa dopo la morte? Né Paradiso né niente?” gli chiede la moglie tormentata dai sensi di colpa per aver provocato la morte della sorella maggiore orribilmente deformata da un’alterazione alle ossa, visione che non ci verrà risparmiata) e ovviamente dovrà ricredersi, pagando con un atteggiamento opposto. I due registi sono piuttosto dotati, almeno nell’arte della decorazione del racconto. Kevin Kolsch e Dennis Widmyer si sono fatti notare e bene con Starry Eyes e comparendo nel collettivo Holidays (anche lì tipacci con la maschera da animale!). Pet Sematary, mentre sottolinea la bruttezza della morte, la sua orribile in-esteticità, è infatti una palestra quasi arty, per morbidi movimenti di macchina tra le stanze in attesa di botti di paura, con una natura visitata con timore che nelle luci artificiali prende, dopo il crepuscolo, splendide coloriture azzurro nebbioso con lampi giallastri ultraterreni. Attenti a questi due, li rivedremo nei territori del genere, magari da soli.