Pinocchio, bellissimo e imperfetto: la recensione del film di Matteo Garrone

Italia, Francia 2019 Regia Matteo Garrone Interpreti Roberto Benigni, Federico Ielapi, Marine Vacth, Gigi Proietti, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Alida Calabria, Alessio Di Domenicantonio, Maria Pia Timo, Davide Marotta, Paolo Graziosi, Gianfranco Gallo, Massimiliano Gallo, Marcello Fonte, Teco Celio, Enzo Vetrano, Nino Scardina Distribuzione 01 Distribution Durata 2h

Al cinema dal 19 dicembre 2019

LA STORIA – La storia di Pinocchio, il burattino creato da mastro Geppetto che riuscì a diventare un ragazzino, quasi come ce l’ha raccontata (ovvero pensata e scritta) Carlo Collodi, sia pure con qualche sforbiciatina sulla trama (mancano episodi come quelli di Pinocchio e le faine, del colombo gigante, del paese delle api industriose, del cane Alidoro, del pescatore verde, e varie altre cose).

L’OPINIONE – Può un film essere contemporaneamente delizioso e stuccare? Il Pinocchio di Garrone risponde sì alla questione. Il film prosegue la ricerca autorale dell’autore di Dogman nel realismo bizzarro e fantastico che sconfina nel iperdenso e nel macabro (cosa peraltro più che presente nel romanzo) che avevamo già conosciuto e apprezzato ne Il Racconto dei racconti; il dettaglio materiale quasi enfatizzato, l’antimoderno di una cultura contadina-favolistica in cui l’animale può parlare all’uomo (e l’uomo diventare animale) senza che nessuno si stupisca, si esalta nel trucco di Mark Coulier e negli effetti visivi di One of Us e Chromatica (è importante citarli perché sono tra gli autori di un grande e impressionante lavoro).

La scelta squisita delle location, tra Toscana, Lazio e Puglia, che la fotografia e la regia accarezzano con visioni quasi fatate, il meraviglioso che convive (come nel romanzo) con il naturalismo (e qui citiamo come momento di spettacolo assoluto la trasformazione sott’acqua del ciuchino in Pinocchio grazie a un vortice di pesciolini), ci regalano un tono che raramente si vede all’interno del cinema italiano.

Matteo Garrone, con scelta pericolosa ma coraggiosa, prosegue quindi nella personale re-visione (alla lettera) del fantastico italiano, evita confronti con le precedenti versioni (tipo Comencini e Benigni), accettando in toto i rischi del “così come è scritto” e di conseguenza del narrativamente zoppicante (quel che è buono su carta non è automaticamente buono su schermo).

Qui si lavora sulla materia delle cose più che sulle riletture ardite e sulla ricerca di significati sottocutanei, chissà quanto volutamente nascosti (pratiche che un’opera stravagante e persino ideologicamente contraddittoria, scritta a puntate, come il Pinocchio di Collodi potrebbe autorizzare ampiamente, come molte testimonianze artistiche attestano). Il problema è che, con questa scelta di aderenza, nella lunghezza delle oltre due ore, si evidenziano le differenze di valore (e di qualità) tra la prima e la seconda parte del libro, con la mancanza di variazioni di ritmo, la “stucchevolezza” progressiva (appunto) del personaggio diventato dabbene, il sentimentalismo sdrucciolo (cui peraltro Garrone prova ad opporsi, senza riuscirvi) che alla fin fine appesantiscono.

Passando agli attori: il piccolo Federico Ielapi è pura energia dinamica (anche un po’ inquietante nel trucco che lo rende burattino legnoso con venature e fori), Roberto Benigni fa il Geppetto che ci si aspetta, buono, miserabile e contrito (comunque la scena nell’osteria è decisamente gustosa, come la minestra che si vede nelle scodelle), Massimo Ceccherini (che Garrone utilizza trovando in lui chiavi recitative molto interessanti) e Rocco Papaleo sono due straordinarie figure di Gatto e Volpe, particolarmente gaglioffe, sudicie e orribili, e tutti sono comunque di livello eccellente, anche se magari recitano coperti da quintalate di trucco. Un film importante, ammirevole, nonostante o forse grazie anche ai suoi difetti.