Pretty Woman, come eravamo: l’intervista a Richard Gere apparsa su Ciak di 29 anni fa

Chi l’avrebbe mai detto, nel 1990, quando parlammo per la prima volta di Pretty Woman su Ciak, che il film di Garry Marshall sarebbe rimasto un cult assoluto del cinema romantico anche a trent’anni di distanza? Probabilmente non se lo sarebbero aspettati nemmeno Richard Gere e Julia Roberts. Lo conferma questa eccezionale intervista a Richard Gere nel numero di Ciak di luglio del 1990, quando lo abbiamo incontrato reduce dal successo di Affari sporchi: Pretty Woman sarebbe uscito nei cinema italiani proprio il 13 luglio, e l’attore racconta candidamente che, all’inizio, il ruolo di Edward Lewis non avrebbe nemmeno voluto accettarlo.

 

 

 

 

«Le favole sono come i sogni, sembrano impossibili ma non se ne può fare a meno. Eppure oggi sognare è diventato un incubo e le favole sono state smascherate dalla tecnologia», iniziava l’articolo a firma di Valerio Guslandi. «Persino il cinema, questo grande sogno ad occhi aperti, si è lasciato conquistare dai trucchi più sofisticati e dai facili effetti speciali, dimenticando – come vuoti a perdere – la fantasia e la poesia».

Ecco un estratto della sua mitica intervista: leggerla è come un viaggio nel tempo. E oggi sappiamo che, accettando quel ruolo, Richard Gere ci aveva visto giusto.

Ciak, luglio 1990

Richard Gere, cosa l’ha attratta in questa storia?

«Quando me l’hanno inviata dalla Disney mi hanno detto che era un incrocio tra My Fair Lady e Wall Street. Come premessa non era male, ma a dire la verità il personaggio maschile non mi piaceva affatto. Ne parlai con Garry Marshhall e insieme lo rendemmo più interessante».

Cosa pensa della sua partner, Julia Roberts?

«A soli 22 anni è straordinariamente matura, come donna e come attrice».

C’è un messaggio in questo film?

«È una storia d’amore fra due persone che si incontrano per caso, due persone che provengono da culture diverse e sono attratte da qualcosa che non sono né i soldi né il mondo che li circonda. La bellezza di tutto ciò sta proprio nel fatto che ciascuno si stacca dal suo mondo per darsi all’altro: questo è il messaggio del film, se deve essercene uno».