“FAI BEI SOGNI”: LA RECENSIONE DEL NUOVO FILM DI MARCO BELLOCCHIO

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La perdita della madre, il padre come figura autoritaria, i difficili rapporti con la famiglia, la sofferenza psichica, la grande casa dell’infanzia ormai vuota, la sua personale visione della Chiesa, i salti nel vuoto, la morte. Tutti i grandi temi del cinema di Marco Bellocchio si ritrovano nel suo ultimo film, Fai bei sogni, tratto dal best seller autobiografico di Massimo Gramellini e presentato in apertura dell’ultima Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, dove il pubblico, emozionato, al termine della proiezione gli ha tributato un applauso di dieci minuti.

Viaggiando avanti e indietro nel tempo, il film racconta del quarantenne Massimo (Valerio Mastandrea), ancora incapace di elaborare il grande luttuoso mistero della propria infanzia, il vuoto lasciato da una madre tenera, giovane e bellissima (Barbara Rochi), ma spesso infantile, improvvisamente malinconica, inspiegabilmente assente, uscita di scena inaspettatamente la mattina del 31 dicembre 1969 per un fulminante attacco cardiaco. O almeno così dicono a quel bambino di nove anni (interpretato da Nicolò Cabras e poi, in età adolescenziale, da Dario Dal Pero) che comincia a idealizzare la figura materna, la più importante della sua vita, al punto da non riuscire a stabilire relazioni sentimentali solide una volta adulto. Ma i dubbi mai sopiti tornano in superficie e, complice anche l’incontro con Elisa (Berenice Bejo), Massimo scoprirà la verità su quella terribile notte.

«Il film mi è stato proposto dalla produzione», dice Bellocchio, «ma l’ho realizzato in piena libertà e ho intravisto in questa storia qualcosa che mi apparteneva profondamente. La maturità professionale ti consente di scoprire temi che senti vicini anche in storie apparentemente lontane. E nel romanzo ho trovato una tragedia umana che mi ha molto coinvolto, il dolore di Massimo che perde la mamma adorata a nove anni, la sua ribellione a questo dramma ingiusto. Poi, con il passar del tempo, sopraggiunge l’adattamento per sopravvivere a una perdita incomprensibile. E poi sullo sfondo dell’evoluzione del protagonista c’è la storia dell’Italia e della televisione di quegli anni». La memoria va a I pugni in tasca: «Lì la madre gettata nel burrone, qui santificata, nel massimo della compenetrazione, due assoluti, due estremi attraverso cui cerco di scoprire qualcosa che ci riguarda». Ma se il film, sceneggiato da Bellocchio con Edoardo Albinati e Valia Santella, dimostra tutto il proprio spessore autoriale nelle struggenti scene che rievocano il rapporto tra il protagonista e sua madre, la dolcissima memoria di un personale paradiso perduto, meno convincenti sono i momenti del film più aderenti alla vita del Massimo giornalista, tra interviste a finanzieri che rimandano a Raoul Gardini (Fabrizio Gifuni) e trasferte a Sarajevo durante la guerra in Bosnia.

«Bisognerebbe fare un film sull’estremismo e la superficialità della vostra tragica e disumana professione che ho cercato di sintetizzare in un paio di momenti nel film. I giornalisti sono obbligati a correre dietro all’attualità, ma il marcio lo si trova nella direzione opposta. Io ho bisogno di riflettere, approfondire. voi invece siete spesso obbligati a scrivere la prima cosa che vi viene in mente e spesso non è quella più profonda». Eppure, nonostante le dissonanze e le incompiutezze che gli impediscono di trovare un respiro unico, Fai bei sogni è un film da non perdere per la poesia di alcuni momenti, l’umanità dei suoi personaggi, lo sguardo di un regista che dimostra come si possa rileggere un romanzo offrendo una visione personale e per nulla scontata.