RUSTY IL SELVAGGIO

Dopo l’esaltante e, al tempo stesso, devastante, esperienza di Apocalypse Now nel 1979, che gli costa una depressione con conseguente tentativo di suicidio, e il clamoroso flop dell’ambizioso Un sogno lungo un giorno due anni dopo, Francis Ford Coppola è un regista praticamente finito. Ormai in bancarotta, con i suoi Zoetrope Studios in svendita, riesce a risollevare le quotazioni grazie all’incontro con la scrittrice Susan Eloise Hinton che lo porta alla realizzazione di due film quasi speculari tratti dai bestseller della stessa autrice, usciti nel 1983 e ambientati a Tulsa, in Oklahoma: I ragazzi della 56ª strada e Rusty il selvaggio.

Entrambi raccontano storie di adolescenti ribelli, che nella visione della Hinton discendono direttamente dai personaggi di classici come Gioventù bruciata, Il gigante, West Side Story e Easy Rider. Ma mentre il primo sembra girato per il grande pubblico (a colori, formato panoramico, riprese classiche, sviluppo tradizionale), il secondo, filmato in bianco e nero, formato standard ormai fuori moda con riprese deformate con massiccio uso del grandangolo, riafferma Coppola come autore non convenzionale. Gli spettatori, ovviamente, amano I ragazzi della 56ª strada e accolgono freddamente Rusty il selvaggio, ma la sensazione è che il regista, una volta reso omaggio a Hollywood, abbia voluto tornare a staccarsene, una dicotomia continuata nelle sue opere successive e che può essere paragonata al modus operandi di Steven Soderbergh. Invece del titolo italiano, Rusty il selvaggio – che rimanda a Hud il selvaggio con Paul Newman, un film di vent’anni prima – quello più aderente e suggestivo è l’originale Rumble Fish, cioè pesce combattente. Sono proprio questi pesci, prigionieri in un negozio di animali della città, l’oggetto di attenzione da parte di Motorcycle Boy – un Mickey Rourke che si preparava ai suoi ruoli cult – fratello maggiore del ragazzaccio Rusty James (Matt Dillon) e mito per tutti gli adolescenti della città tanto che per due volte nel film la macchina da presa si ferma su una scritta su un muro: «Motorcycle Boy regna».

Avvocato disoccupato, Motorcycle è stato lontano dalla famiglia, composta da Rusty e dal padre alcolizzato (Dennis Hopper, e qui i riferimenti a Easy Rider si fanno evidenti). Quando torna e scopre che il fratello è rimasto ferito in uno scontro con una banda rivale riconosce il suo fallimento come figura fraterna (e paterna), ma cerca comunque di affrancare Rusty dallo squallore e dalla violenza senza senso in cui vive con i suoi compagni di scorribande. Lo vuole liberare, così come vuole liberare i pesci combattenti, tanto incattiviti da aggredire se stessi se si vedono riflessi in uno specchio. Per raccontare la vicenda, Coppola sceglie un cast di giovani promesse, oltre a Dillon e Rourke ci sono Chris Penn, Nicolas Cage, Vincent Spano e Diane Lane (vedi box a fianco). E usa il bianco e nero anche per realizzare una delle più belle intuizioni poetiche del film: Motorcycle Boy infatti non vede i colori e si muove in un suo mondo senza tonalità. Solo in tre momenti lo spettatore vede degli elementi colorati, rappresentati proprio dal blu e dal rosso dei pesci (la più suggestiva è quella che ha sullo sfondo i volti dei due protagonisti rimasti in bianco e nero). Ma, come si diceva, all’intreccio si accompagna un raccontare per immagini che il regista mutua dal cinema espressionista. Le inquadrature deformate, quasi sghembe, l’illuminazione contrastata che gioca sulla contrapposizione tra chiaro e scuro, le simbologie ripetute (le nuvole in perenne movimento, gli orologi che dovrebbero scandire il tempo e che non hanno lancette) rendono la pellicola più interessante e originale del libro a cui è ispirata. Alla pari dei pesci del film Coppola ha (ri)trovato la libertà e il gusto di esprimersi. E anche se graviterà solo un paio di volte ancora dentro una grande macchina produttiva (il terzo Il Padrino nel 1990 e Dracula di Bram Stoker nel 1992), tutto il suo cinema che seguirà sarà la conferma della sua ricerca appassionata di storie da raccontare (magari sperimentando con coraggio sulle immagini e sul suono) per colpire il cuore dello spettatore. Parafrasando il titolo di un suo film, Coppola saprà sempre affermarsi come: «un uomo e il suo sogno».

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