IL PIANO DI MAGGIE

Single, trentenne, newyorchese, l’attiva e pragmatica Maggie Hardin ha deciso che è ora di avere un figlio. E, visto che non ha fidanzato, pensa di ricorrere alla fecondazione artificiale. Ma quando ha pianificato tutto, operazione compresa, l’amore bussa alla porta. Si chiama John Harding ed è un brillante antropologo- scrittore tutto glamour ed ego, infelicemente sposato (nonché padre di due figli) con Georgette Norgaard, intellettualissima femmina dominante e diabolica manipolatrice. Complicazioni dunque in vista, anche se saranno di più quelle imprevedibili.

New York, borghesia radical chic, nevrosi, humour: unite queste linee e che cineasta viene fuori? Woody Allen, esclamerete tutti voi scafati! Esatto, solo che qui a dirigere non c’è l’autore di Manhattan, bensì Rebecca Miller, figlia del celeberrimo Arthur e sposa di Daniel Day Lewis, ma soprattutto cineasta (una beniamina del Sundance) affermatasi con Personal Velocity e The Private Lives of Pippa Lee, che prova qui a woodyalleneggiare alla femmil/femminista, da un romanzo di Karen Rinaldi intitolato A cosa servono gli uomini (ed. Rizzoli).

La pellicola è garbata, anche se sovraffollata di dialoghi e battute intelligenti a tutti i costi (es.: “Tu sei come un cane, vuoi bene a chiunque ti dia da mangiare” dice la primogenita di John e Georgette al fratellino), con personaggi letterariamente creati apposta alla bisogna (tipo la coppia di amici di Maggie che svolge il compito della spalla che assiste e commenta come nella commedia hollywoodiana brillante del periodo classico). Tutto scorre dunque nel solco del benpensantismo laico e  democratico, ma anche poco colpisce, fatta salva l’interpretazione di Ethan Hawke che è veramente personalità versatile e polivalente, a suo agio nel cinema di genere come sui palcoscenici o nelle produzioni raffinate-indipendenti  (oltretutto possiede una voce straordinaria, profonda e leggermente arrochita, peccato che vada perduta col doppiaggio), mentre seppur nello standard medio-alto che le contraddistingue, più segnate nella loro maniera sembrano crogiolarsi Greta Gerwing (brava ma sempre un po’ ancorata al ruolo di Frances Ha, da lei sceneggiato, che l’ha rivelata) e Julianne Moore, ovviamente bollente sotto la superficie del ghiaccio.