IN NOME DI MIA FIGLIA

Nel 1982, Kalinka, la figlia quattordicenne di André Bamberski, commercialista francese, muore mentre è in vacanza in Germania con sua madre e con il patrigno. André è convinto che non si sia trattato di un incidente e inizia a indagare. Gli esiti di un’autopsia sommaria sembrano confermare i suoi sospetti e lo spingono ad accusare di omicidio il patrigno di Kalinka, il dottor Dieter Krombach. Non riuscendo però a farlo incriminare in Germania, André cerca di far aprire un procedimento giudiziario in Francia al quale dedicherà il resto della sua vita, nella speranza di ottenere giustizia per sua figlia.

Tratto da una storia vera raccontata dallo stesso Bamberski nella sua autobiografia, il film di Vincent Garenq riaccende i riflettori, spentisi solo nel 2014, su uno dei più clamorosi casi giudiziari in Francia e in Germania, durato per ben trentadue anni e conclusosi con la condanna del colpevole. E racconta la battaglia di un padre alla ricerca di una verità che troppe persone vorrebbero nascondere o fanno finta di non vedere. «Non voglio farmi giustizia da solo, ma porre rimedio alla viltà della giustizia francese» disse Bamberski quando venne arrestato per aver sequestrato l’assassino di sua figlia, ancora in libertà. I film parte proprio da questo episodio per tornare indietro nel tempo, a quando Kalinka era solo una bambina e rischiò di morire in un incidente d’auto. Poi l’incontro di sua moglie con un altro uomo, la separazione, la morte di Kalinka, i sospetti di André, i colpevoli silenzi della madre della ragazzina, incapace di accettare il fatto che il mostro assassino di sua figlia fosse proprio il nuovo compagno, la lunga battaglia legale, l’ossessione per una giustizia che non arriva mai nonostante le testimonianze di tante altre giovani donne abusate da Krombach, le frustrazioni, le continue sconfitte e finalmente la vittoria, seppur assai tardiva. La forza del film sta tutta in questa storia che ha dell’incredibile e nel suo protagonista, Daniel Auteuill, che rende palpabile il dolore e la determinazione di un padre disposto a sacrificare vita, affetti e carriera per ottenere giustizia. Garenq, che aveva già portato sullo schermo in L’enquête e Presumé coupable casi giudiziari piuttosto noti, non brilla per la messa in scena, come intimidito dai fatti realmente accaduti (quasi che un racconto più originale potesse mancare di rispetto alla verità processuale) e incapace di liberarsi da uno stile poco più che documentaristico, corretto ma non troppo personale. Questo però nulla toglie alla rabbia e all’indignazione con cui assistiamo alla storia di un uomo coraggioso, che con il suo amore e la sua dedizione risponde all’orrore di cui possono macchiarsi altri esseri umani.

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