“Kong: Skull Island”: la recensione

Usa, 2017 Regia Jordan Vogt-Roberts Interpreti Tom Hiddleston, Samuel L. Jackson, John Goodman, Brie Larson, Tian Jing, John Ortiz Distribuzione Warner Bros Italia Durata 1h e 58’

Al cinema dal 9 marzo 2017

IL FATTO – Siamo nel 1973, anno cruciale di crisi, conflitti (Vietnam) e tensioni politiche interne. Quando si scopre l’esistenza di una isoletta sconosciuta nel Pacifico, per Bill Randa della Monarch, ente governativo votato alla ricerca di forme di vita sconosciute, suona come il coronamento di tutta la sua carriera bislacca. Riesce così a farsi finanziare una missione mista di scienziati e militari, più una fotografa e una guida-avventuriero, per esplorare la terra misteriosa, tacendo sui veri scopi della missione. Ma quando si manifesta l’immane potenza distruttiva di Kong, provocata da bombe ed elicotteri sparafuoco, per l’ufficiale Preston Packard ucciderlo diventa l’obbiettivo primario (“è ora di dimostrare a Kong che è l’uomo il re”), ignorando che il mastodontico gorillone non è il più pericoloso e bastardo delle creature extralarge dell’isola, anzi per gli indigeni è il Dio guardiano che li protegge da esseri ben più maligni.

L’OPINIONE – Rilettura in salsa vintage (ma con effetti speciali di oggi) della storia di King Kong (che ormai ha oltre 80 anni, essendo nato nel 1933), con spruzzate di ecologismo, pacifismo, antirazzismo e tante suggestioni riprese dai film sul Vietnam (a partire – guardare anche il poster – dal coppoliano Apocalypse Now, solo che gli elicotteri invece che dalla Cavalcata delle Valchirie sono accompagnati da Paranoid dei Black Sabbath), Kong: Skull Island resta soprattutto alla fin fine un giocattolone rigorosamente “dentro” la logica e i cliché degli action movie gonfiati a estrogeni.

I personaggi sono tutti rigorosamente degli stereotipi e gli attori eseguono ben remunerati senza fiatare quel che gli prescrive il copione. Hiddleston è sin troppo anonimo, così come la fotoreporter Brie Larson. In compenso Samuel L. Jackson e John C. Reilly (che è un soldato americano precipitato lì dalla seconda guerra mondiale e sopravvissuto per 28 anni e 11 mesi) ci danno di macchietta. Lo spigliato regista Jordan Vogt-Roberts (tra short e tv, un solo lungometraggio in attivo, The Kings of Summer), qui ingaggiato da quegli stessi produttori del ben più intrigante Godzilla (bella forza: là a dirigere c’era il dotatissimo Gareth Edwards!), da una parte esegue il compito (cavandosela nelle scene più tumultuose e con un ottimo lavoro di scenografi e operatori: d’altra parte le location sono da Paradiso Terrestre, tra Hawaii, il Queensland australiano e il Vietnam), dall’altra evita almeno ogni imbarazzante sospetto di relazione erotica tra la bella e la bestia e non rinunciando a qualche botta di ironia, come quando quel concentrato di luoghi comuni militari del soldato Cole (l’ottimo – in Boardwalk Empire – Shea Wingham) si para dinanzi a uno strisciateschi (vedere per capire cosa sono) con due granate, in posa da martire-eroe, e la bestia agisce in un modo non dissimile a quello di Indiana Jones nel primo capitolo della serie con l’esagitato in scimitarra e contorsioni (ricordate?). Bello? Beh, dipende anche dalla vostra predisposizione ed età mentale, diciamo che fa di tutto per funzionare.

Massimo Lastrucci

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