La signora delle rose, recensione del film con Catherine Frot

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La signora delle rose

La signora delle rose si chiama Eve Vernet ed è una delle più grandi produttrici del bellissimo e profumato fiore di tutta la Francia. Purtroppo, la sua piccola azienda di famiglia non può contrastare le ricche multinazionali della floricultura. Sull’orlo del fallimento, le vengono in aiuto tre lavoratori forniti dai servizi sociali, completamente digiuni del lavoro, ma con una qualità più grande: la voglia di sbocciare.

La formula della commedia di successo francese la sta imparando, per fortuna, anche il cinema italiano. Film garbati, ricchi di buoni sentimenti, con interpreti di altissimo livello e una precisa divisione tra target principale e secondari.

La fine fleur (questo il titolo originale) può sembrare il solito “film per signore”, ma non è solo quello. Merito anche della passione che vi ha infuso il regista Pierre Pinaud. Al suo secondo lungometraggio, ma con alle spalle una vita passata in giardino, Pinaud trasmette l’entusiasmo che c’è nella creazione attraverso la sua signora delle rose, interpretata con la consueta classe, propria di una magnifica attrice, da Catherine Frot.

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Basato sull’importanza dell’attesa e sui cinque sensi, La signora delle rose deve molto anche a quel cinema inglese che negli anni Novanta ha creato un prototipo vincente, quello del perdente che riconquista la propria dignità.

Di storie così ci sarà sempre bisogno, da Full Monty a Grazie, Signora Thatcher, unendo denuncia sociale e commedia. Nel cast de La signora delle rose attenzione all’esordiente Melan Omerta, fascino magnetico, faccia da bravo ragazzo e un talento da plasmare. Farà strada.

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La famiglia Bélier e Il medico di campagna, sono due esempi lampanti di come il cinema francese riesca a creare successi senza doversi inventare un nuovo genere o cimentarsi in chissà quali voli pindarici. Una lezione che stiamo imparando anche in Italia.